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Teramo, lui ebreo e lei cattolica: dalla valigia dimenticata spunta la storia degli amanti divisi dal nazismo
Una giovane coppia tedesca ai tempi di Hitler. Lei si chiamava Margarete Wagner e quando morì, lontano da lui, aveva appena 37 anni. Lui, Ignaz Hain, un giovane procuratore legale, ne aveva 42 quando, pensando a lei, due mesi dopo, chiuse gli occhi per sempre. Erano entrambi originari di Francoforte sul Meno.
La loro sarebbe stata una storia d’amore come tante altre se non fosse che Margarete era cattolica e «ariana» e Ignaz era ebreo. E questo il regime non lo sopportava.
Gli scatti del medico-fotografo: «Quelle ore magiche in attesa dell’orsa Amarena e dei suoi 4 cuccioli»
Lo sguardo circospetto, il passo lento ma sicuro, i suoi quattro cuccioli al seguito attenti come guardie del corpo. Sono passate le cinque del mattino di venerdì scorso e l’orsa Amarena passeggia tranquilla nel centro del paesino di Villalago, a quindici minuti dal lago di Scanno, nell’Aquilano.
Sembra solo un po’ impaurita dalla luce innaturale dei lampioni che brillano, all’alba, nel paese deserto.
Ricercatori, grazie a Stefania
Una borsa di studio per gli studenti meritevoli, per chi non ha avuto ancora un’occasione.
È l’ultimo dono della ricercatrice italiana Stefania Spanò, 47 anni, originaria di Pescara, professore ordinario all’Università di Aberdeen in Scozia, dove dirigeva un centro per lo studio dei batteri e della loro interazione con l’uomo da lei stessa fondato. Continua la lettura »
Stefania Tarquini, l’ingegnere italiana che lancia i satelliti per l’Europa
La scintilla si accese quando mamma Luisa portò per la prima volta lei e la sorella più piccola di tre anni, Cristina, a guardare le stelle cadenti sulla spiaggia di Tortoreto, in Abruzzo. «Era la notte di San Lorenzo, una notte magica, io guardavo quelle luci tuffarsi nel buio dell’orizzonte e sognavo di essere lì sopra»: Stefania Tarquini, 31 anni, teramana, una laurea in ingegneria spaziale conseguita nel 2012 al Politecnico di Milano, chiuse gli occhi ed espresse un desiderio. Quel sogno poi si è avverato.
Il caso del dipinto di Van Gogh in Abruzzo: «Non cercatelo, porta guai»
«Non cercate quel dipinto, non vi appartiene». È il 14 marzo 1979. Il sessantenne pittore teramano Guido Montauti, sul letto di morte, pronuncia le sue ultime parole e avvolge nel mistero la vicenda del ritrovamento della presunta tela di Van Gogh che, sette anni prima, gli aveva regalato la ribalta mediatica. A un secolo dalla nascita di Montauti, artista noto per aver fondato il collettivo ribelle «Il Pastore bianco» e attivo per un periodo anche a Parigi, la famiglia ammette di non sapere dove sia finita l’opera.
Giulia e il tè con la mamma nella casa risorta dal sisma
Eccole, sorridenti, mentre brindano con due tazze fumanti al loro ritorno a casa previsto per ottobre. Ogni 6 aprile, verso le 17, prendono il tè nella casa che il terremoto ha distrutto e che, lentamente, sta risorgendo. È un rito, un «inno alla vita», dicono mamma e figlia. Lo fanno da otto anni. Da quella terribile notte in cui il pavimento della stanza da letto dove dormivano cedette e, improvvisamente, si trovarono sepolte dai detriti e dalla polvere. Mezze morte. Concetta Giusti aveva quarant’anni, la figlia Giulia tre e mezzo. «Dormivamo nel letto matrimoniale — racconta Concetta — mentre mio marito, Nazareno, che aveva il turno presto la mattina e non voleva disturbarci con la sveglia, era nella camera della bimba. La signora in nero ci aspettava al piano di sotto ma non è riuscita a prenderci».
L’epopea hollywoodiana di Vincenzo controfigura di Charlot
A Roma, negli anni Sessanta, potevi veramente credere di incontrare il mitico Charlie Chaplin in un bar del quartiere Appio Claudio, mentre sorseggiava un caffè, o negli studi di Cinecittà, mentre curava le luci per un film. La camminata insolita e i tratti del viso, anche in età avanzata, lo facevano somigliare in modo impressionante al celebre personaggio con la bombetta e il bastone di cui per anni è stato la controfigura. Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene De Verdi, è stato più di un sosia di Charlie Chaplin. «Mentre lui provava le parti di tutti gli attori — raccontava Pelliccione alla Domenica del Corriere nel gennaio 1978 —, io dovevo star fermo, immobile, come l’omino Charlot. Servivo da termine di paragone».
«Noi, cacciatori delle onde gravitazionali»
Gli studenti arrivano alla spicciolata. Ci sono Akshat Singhal, 24 anni, e Imran Khan, 25, che pur provenendo rispettivamente da India e Pakistan (Paesi ostili tra loro) sono amici inseparabili. Akshat è innamorato della break dance e ha vinto anche dei premi da ragazzo. «It’s funny, è divertente» dice della sua passione. C’è Gang Wang, 30 anni, lui viene dalla Cina, nel tempo libero ama fotografare gli angoli nascosti della città, gioca a volley nella squadra della scuola. Poi c’è Shubhanshu Tiwari, 26 anni: è indiano e abita nella casa di una coppia di aquilani con cui passa anche il Natale giocando a carte. «I like torrone too much», confessa. C’è infine Lorenzo Aiello, 25 anni, che si divide tra l’astrofisica, il calcetto e il karate. «Sono cintura nera secondo dan» spiega. All’appello mancano Matteo Lorenzini, che ha qualche anno in più di loro e già lavora come ricercatore, e Viviana Fafone, docente universitaria a Tor Vergata.
Antonio, l’ultimo custode del paesino «Questa è casa mia, non la lascio»
La piazza dove sorge la chiesa di San Michele Arcangelo è deserta. Il borgo di Castiglione della Valle, frazione di Colledara, comune teramano ai piedi del Gran Sasso con circa duemila abitanti (di cui 122 ora sfollati), risulta abbandonato dal terremoto del 6 aprile 2009. Se non fosse per Antonio Di Luigi, classe 1930, l’unico residente rimasto, così testardo da rifiutare i continui inviti del nipote Manuele Tiberii (che è anche il sindaco di Colledara) ad abbandonare la zona rossa, questo sarebbe un paese fantasma, uno dei tanti dell’Abruzzo montano.
Il software dei ragazzi autistici «Così impariamo a comunicare»
«Avevano il nostro stesso problema geni come Einstein, Steve Jobs e Alan Turing» attacca Stefano, 22 anni. «Rispetto a tutti gli altri, noi abbiamo un livello di percezione diverso» aggiunge Federico, 19. «Non è facile, ma dobbiamo lavorare perché ognuno di noi possa avere una vita normale» chiude Massimo, trentenne. Vivono in Abruzzo, sono tutti diplomati: il primo all’istituto per programmatori, il secondo alla scuola alberghiera, il terzo allo scientifico. E sono autistici. Affetti da quella che una volta era conosciuta come sindrome di Asperger e oggi è classificata come autismo ad «alto funzionamento».









