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Gabriele, il militante Dc irriducibile

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Gabriele Piermattei saluta dalla sezione Dc di Catignano

Vade retro chi pensa che la Democrazia cristiana sia morta e sepolta. Come l’ultimo soldato giapponese, anche Gabriele Piermattei, 81 anni, vigile urbano in pensione, rifiuta l’idea di lasciare la postazione. Così ogni mattina, nel suo paese, Catignano, in provincia di Pescara, infila le chiavi nella toppa della sezione Dc di cui dal 1985 era segretario, entra e mette a posto scartoffie e cimeli. La sezione, che si trova in via Roma 16, all’interno di alcuni locali di proprietà della famiglia, è ferma a ventuno anni fa, cioè ai tempi della diaspora. La bandiera con lo scudo crociato, i ritagli de «Il Popolo» affissi al muro, il ritratto in bianco e nero di Alcide De Gasperi e non lontano la foto dello «zio Remo» Gaspari (sulla cui bara, in molti qui lo ricordano, Piermattei adagiò amorevolmente durante le esequie una storica bandiera della Dc risalente al 1946), i discorsi dei leader, la corrispondenza con i vertici del partito.

L’ultimo democristiano d’Abruzzo ogni giorno si siede e sfoglia l’album dei ricordi oppure, con una punta di rabbia e passione, scrive un nuovo appello ai vari politici che negli anni si sono presi la briga di rispolverare il simbolo dello Scudocrociato o se lo sono conteso. «Tutti falsi rappresentanti, mi dispiace dirlo – confessa Piermattei -. Io invece aspetto che arrivi un’anima buona che, richiamandosi alla vera tradizione, riproponga la Dc e non se stesso. Finora non è avvenuto».

Gabriele Piermattei all'interno della sezione Dc di Catignano

Nei suoi occhi si legge ancora la delusione provata quando l’assemblea programmatica costituente, nel 1993, lasciò a Mino Martinazzoli il compito di consegnare alla storia il simbolo di un partito ormai lacerato dalle vicende di Tangentopoli. Non soltanto ricordi. Da alcuni mesi è sorto un problema burocratico. Gabriele ha sempre pagato di tasca propria le spese di manutenzione e le bollette della sezione. Ora vorrebbe intascare un assegno dell’Enel di 448 euro (un rimborso per spese non dovute) ma non può. Allo sportello delle Poste, infatti, gli hanno chiesto di presentare la delega del partito di cui era segretario. «Chi tra i rappresentanti dei partiti che si dichiarano eredi della Dc, può farlo?», chiede provocatoriamente. Già, chi? «Io non lo so, ma sono disposto anche a rinunciare alle somme che mi spettano e consegnare l?assegno a chi ha diritto a riscuoterlo, purché naturalmente si faccia vivo prima che scadano i termini di legge». «Tecnicamente – spiega l’ex ministro Gianfranco Rotondi, ex segretario nazionale della Democrazia Cristiana per le Autonomie e ora in Forza Italia – la rappresentanza legale della Dc è del Partito popolare denominato Ppi ex Dc, tuttora con codice fiscale della Dc del ’48». «Se l’Enel richiede una dichiarazione del successore legale della Dc – conferma Pierluigi Castagnetti, segretario politico del Ppi – ritengo che il tesoriere-rappresentante legale, Luigi Gilli, accertate le condizioni, possa fargliela. Il tribunale di Roma, infatti, a suo tempo sentenziò che Ppi era il nuovo nome che la Dc si dette dopo il 18 gennaio 1994».

Ma l’ex segretario di Catignano continua a sperare «che, prima o poi, la Democrazia cristiana rinasca» e che la sezione dove «sono passati gli esponenti più noti e conosciuti della Dc, quella vera», torni a vivere. «L’errore fu, dopo Tangentopoli, fare di tutt’erba un fascio – continua a ripetere -. Non si potevano paragonare gli artefici di quella situazione ai vari De Gasperi e Fanfani.E cambiare nome è stato come falsificare la nostra carta d’identità, cosa che ha bisogno di fare solo il delinquente o chi è perseguitato dalla legge. La persona onesta non ne ha bisogno».

E pensare che questo anziano ma energico signore diventò democristiano per un rifiuto da parte di quelli che sarebbero poi diventati i suoi avversari politici: «Avevo tredici anni, volevo entrare nella sezione del Partito comunista di Catignano. Mi affacciai, loro sapevano che ero l’ultimo di cinque fratelli, tutti anticomunisti, e mi trattarono male. Mi dissero: “Che cosa hai a che fare con noi?”. Nel frattempo, nel paese, apriva la sezione della Dc. Fui attratto dalla canzone del Biancofiore, quella che faceva: “Udimmo una voce, corremmo all’appello, nel segno di croce ciascun siam fratelli” e così andai». Fu amore (e passione politica) a prima vista. Incrollabile.

Nicola Catenaro
Dal Corriere della Sera del 7 giugno 2014

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di Nicola Catenaro

lunedì 09 giugno 2014 alle 14:17

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