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Teramo, il dialogo (mancato) sul nuovo teatro

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La protesta degli artisti occupanti i locali dell'ex Oviesse

Chi scrive ha iniziato a lavorare come giornalista nel 1996 e più o meno da diciotto anni si occupa quotidianamente delle cronache della provincia in cui risiede, Teramo, e della sua regione, l’Abruzzo. Sono più o meno diciotto anche gli anni in cui, sempre da giornalista, lo stesso segue instancabilmente l’iter riguardante il progetto di un nuovo teatro a Teramo. Tuttavia, eccezion fatta per proposte, idee, spezzoni di idee, fondi accantonati (non sempre realmente accantonati), tante chiacchiere e l’eterno dibattito sul “dove” sistemare la nuova opera, il nuovo teatro non si è mai visto né sentito né annusato.

Nel tempo, mentre i capelli di chi scrive s’indebolivano diventando a tratti grigi, il nuovo teatro è stato puntualmente inserito nei progetti di tutte le amministrazioni comunali che, in più di tre lustri, si avvicendavano scambiandosi il timone del governo della città.

Nessuno dei rappresentanti di queste amministrazioni, partendo da sinistra e finendo a destra, può dire di aver risolto/guarito l’eterno dubbio che ruota intorno a ciò che, per la città, è un vulnus, una ferita storica: riavrà Teramo un teatro pari a quello che decise scelleratamente di abbattere, nel 1959, per far posto alla Standa?  Tutti possono dire di aver detto la propria, ma nessuno di aver risolto il problema. Nessuno. E a poco, purtroppo, serve sottolineare che il teatro era stato inserito nel progetto di riqualificazione dell’area del vecchio stadio perché – tutti sanno come è andata a finire – il progetto è rimasto sulla carta.

Chi scrive, chiedendo perdono per il lungo preambolo e svestendosi per un attimo dei panni dell’osservatore (per mestiere) dei fatti della città e della protesta degli artisti giunta ormai al quarto giorno, fuori dai denti si chiede:

1)     può essere minimizzata o addirittura bollata come una protesta di parte l’iniziativa degli artisti che, occupando pacificamente i locali che furono sede dello storico teatro di Teramo, e successivamente della Standa e fino all’altro ieri dell’Oviesse, chiedono spazi per la cultura, anzi per la Cultura?

2)     E ancora: può l’amministrazione comunale arroccarsi sulle proprie posizioni, rifiutando di fare visita a chi ha rischiato la denuncia ( e se l’è beccata) per difendere un diritto che è di tutta la cittadinanza? Il sindaco non è forse il sindaco di tutti? O è sindaco soltanto di chi la pensa come lui?

3)     E non è piuttosto debole, quasi risibile la scusa (tale sembra) che i locali occupati sono locali a destinazione commerciale e che, insieme ai manifestanti/occupanti, si aggirano esponenti politici di schieramenti avversari rispetto a quelli rappresentati dall’attuale giunta comunale?

4)     Un punto di vista o una posizione o addirittura una proposta, qualsiasi maschera s’indossi, non deve essere forse valutata per ciò che è al di là delle apparenze e dei pregiudizi e persino dei toni (magari non sempre condivisibili)?

5)     E ora una domanda retorica: non è forse centrale la questione della Cultura in una città capoluogo che vuole crescere e che punta alla valorizzazione del proprio patrimonio (appunto) artistico-culturale?

6)     Dunque, se la questione della Cultura è centrale (e non importa che non esista una specifica delega alla Cultura tra quelle assessorili distribuite a Palazzo di Città) l’amministrazione non dovrebbe avere il desiderio di discuterne con tutti quelli che hanno voglia di farlo e in qualsiasi luogo, a maggior ragione in una sede che fa parte del patrimonio immobiliare comunale, gli stessi chiedano di farlo?

Sarebbe gradita una risposta. E anche il dialogo. Tutto il resto, a dire il vero, conta poco.

 

Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

martedì 21 gennaio 2014 alle 0:15

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