storieabruzzesi.it

blog d'informazione

«Il Medioevo, un’età piena di luci e colori»

un commento

Lo storico Berardo Pio

Lo storico Berardo Pio

Berardo Pio, teramano, professore associato di Storia medievale all’Università di Bologna, è una di quelle persone che si fanno notare non perché sgomitano ma perché svolgono silenziosamente il proprio lavoro. In questo caso, si sa, il riconoscimento delle qualità straordinarie di una persona avviene più lentamente agli occhi dei più ma, quando accade, suscita piacevoli sorprese. Io ho avuto la fortuna di conoscere il professor Pio, che a 49 anni è tra i più apprezzati studiosi del Medioevo in Italia, già venti anni fa. Ero agli inizi del mio percorso professionale e “sgomitavo” – io sì  – per rintracciare notizie da proporre alla redazione. Berardo Pio, all’epoca, era impegnato a Teramo sia sul fronte politico (era coordinatore provinciale del Pri) sia su quello culturale (era segretario di Italia Nostra). Ecco il risultato della nostra chiacchierata.

Com’è nata la sua passione per le discipline storiche?

«Ho imparato ad amare la storia grazie ai racconti di mio padre che, nelle sere trascorse davanti al fuoco, tra una favola e l’altra, mi parlava di castelli inespugnabili a Rocca Roseto, di tesori nascosti in antiche chiese a Pagliara, di mitiche repubbliche annidate fra i monti a Senarica e delle vicende della nostra famiglia e del nostro paese, Poggio Umbricchio. Anche per gli anni della formazione universitaria devo ancora ringraziare mio padre, non solo per i sacrifici economici che mi hanno consentito di studiare a Bologna ma soprattutto per la grande fiducia che lui ha riposto nelle mie scelte, senza mai tentare di influire in alcun modo su un percorso che poteva apparire privo di grandi prospettive».

Ora di cosa si sta occupando?

«Coordino da alcuni anni un progetto di ricerca di interesse nazionale che ha per obiettivo lo studio del territorio abruzzese fra tredicesimo e quindicesimo secolo, il titolo è: Geografie feudali dell’Abruzzo in età angioina. I primi risultati di questa ricerca saranno pubblicati dall’Istituto storico italiano per il Medio Evo in un volume miscellaneo dedicato al patrimonio feudale degli Orsini in Abruzzo, un patrimonio che aveva i suoi punti di forza nella contea di Manoppello, con la città di Guardiagrele, e nella baronia di Pagliara comprendente l’intera Valle Siciliana. Inoltre, come presidente dell’Istituto per la storia dell’Università di Bologna, prestigiosa istituzione culturale fondata nel 1906, sto elaborando un progetto di ricerca teso a indagare il ruolo delle università nella formazione delle élites di governo e nei fenomeni di mobilità sociale tra Medioevo ed Età Moderna. A margine di tutto questo, naturalmente, porto avanti l’attività didattica e cerco di rispettare i tanti impegni presi con gli amici abruzzesi: un volume su San Berardo, vescovo e patrono di Teramo, per l’editore Ricerche&Redazioni, una monografia sull’antica chiesa di Santa Maria a Mare di Giulianova, promessa al caro don Ennio di Bonaventura, parroco dell’Annunziata, un saggio sul feudalesimo per consentire agli amici dell’associazione l’Altura di chiudere con un volume una pregevole ricerca sulla storia di Basciano che va avanti da oltre dieci anni».

In passato si pensava che il Medioevo fosse un periodo buio. E oggi esiste ancora un pregiudizio diffuso su questa età. Perché invece è necessario riscoprirla?

«Oggi nessuno storico serio definirebbe il Medioevo un’età buia. Ogni epoca storica ha conosciuto luci e ombre e per molti versi il Medioevo è un’età piena di luci e di colori: si pensi alle grandi cattedrali, ai codici miniati, alle straordinarie esperienze spirituali, da Benedetto a Francesco. Si pensi a grandi fenomeni culturali quali il monachesimo, la rinascita degli studi giuridici del dodicesimo secolo, la Scolastica, l’Umanesimo. Si consideri, inoltre, che la nostra epoca è figlia del Novecento e gli orrori di quel secolo pesano ancora sulle nostre coscienze e fanno impallidire ogni altra stortura del passato. L’Italia e l’Europa sono il frutto della civiltà medievale, dello straordinario incontro tra l’eredità del mondo greco-romano e le nuove energie del mondo germanico. Non a caso, proprio nella storia medievale troviamo alcune delle principali caratteristiche della nostra epoca: la coesione nazionale dei francesi è il risultato di un precoce processo di unificazione territoriale e culturale portato avanti con decisione dalla dinastia capetingia, così come la debolezza della struttura unitaria italiana, o se si preferisce la policentricità culturale e politica del nostro Paese, è frutto della storia bassomedievale che in Italia vede sfiorire la grande esperienza comunale nella creazione di stati regionali incapaci di giungere ad una formazione politico-territoriale unitaria».

Se dovesse rappresentare com’era nell’anno Mille una città come Teramo, cosa direbbe e quali immagini userebbe?

«La Teramo dell’anno Mille era una città modesta, fiaccata dalle guerre altomedievali, incapace di esercitare un ruolo preminente rispetto al territorio. Proprio a partire dal Mille, però, anche a Teramo, così come in tante città dell’Italia post-carolingia, la figura del vescovo comincia ad acquisire un ruolo sociale e politico sempre più importante, mentre l’interesse del conte, vero titolare delle funzioni pubbliche, si sposta inesorabilmente sui castelli del territorio. Il processo appena descritto giungerà a maturazione dopo la metà del secolo dodicesimo quando il vescovo Guido II, in seguito alla distruzione totale della città ad opera del conte ribelle Roberto di Lorotello, detterà i ritmi e i modi della ricostruzione e del ripopolamento della nuova città che nel giro di un secolo tornerà ad essere luogo di incontro, centro di produzione artigianale e di mercato, punto di riferimento per la popolazione del contado».

Berardo Pio2Vive e lavora a Bologna, ma è rimasto molto legato all’Abruzzo di cui continua ad occuparsi come ricercatore. Quanto è ricco l’Abruzzo visto con gli occhi di uno studioso di storia?

«La storia abruzzese offre spunti di riflessione eccezionali. Per l’età medievale, e in particolare per i secoli centrali del Medioevo, lo studioso può giovarsi di fonti straordinarie come le cronache-cartulario di San Clemente a Casauria e di San Bartolomeo di Carpineto o il cartulario della Chiesa teramana. Non a caso la storia abruzzese negli ultimi decenni ha incontrato l’interesse di valenti studiosi stranieri, tra gli altri Laurent Feller, Chris Whickam, Horst Enzensberger. Purtroppo, lo studio di altri momenti della storia regionale risente pesantemente della distruzione del patrimonio documentario che ha colpito gli archivi locali, privi oggi della documentazione più antica, ma anche il grande archivio di Napoli che ha perso durante la seconda guerra mondiale le serie documentarie più antiche e più preziose».

Cosa manca in Abruzzo a chi fa ricerca storica?

«L’Abruzzo, che ha dato i natali a storici di grande levatura come Benedetto Croce e Gioacchino Volpe, vive una situazione di generale impoverimento culturale e di scollamento tra i gruppi dirigenti, politici ed economici e il mondo della cultura. Uno scollamento che rischia di marginalizzare le energie di quanti operano sul territorio regionale e di penalizzare la formazione delle nuove generazioni. Una prova di quanto detto è costituita dalle incertezze che accompagnano la soluzione della questione delle biblioteche provinciali e dall’incapacità di comprendere pienamente il ruolo svolto da queste grandi istituzioni culturali. La ricerca storica risente in parte di questa situazione ma può ancora contare sulla solida presenza di studiosi che operano nelle tre università, ai quali forse andrebbe chiesta una maggiore attenzione per la storia regionale, sulla vivace e a volte brillante produzione di una nutrita schiera di storici locali e sulla preziosa attività della Deputazione di storia patria».

Cosa suggerirebbe a un giovane che oggi volesse seguire il suo percorso?

«Le stesse cose che suggerisco ai miei studenti: trovare energia nelle proprie passioni, studiare molto ma non isolarsi nello studio per essere protagonisti della vita civile, coltivare i sogni e inseguire con costanza gli obiettivi senza cercare scorciatoie, apprezzare l’impareggiabile soddisfazione e il sottile piacere di essere onesti».

CHI È

Berardo Pio è nato a Teramo nel 1966, si è laureato in Storia con lode a Bologna nel 1990 e ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia romanza e cultura medievale nel 1998. È professore associato di Storia medievale presso l’Alma Mater – Università di Bologna, dove insegna Civiltà del basso Medioevo e Storia del pensiero politico medievale. È membro del consiglio scientifico del Centro italiano di studi sul basso Medioevo di Todi, presidente dell’Istituto per la storia dell’Università di Bologna e commissario per Teramo dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. È autore di numerosi saggi e monografie presso sedi editoriali di eccellenza sulla storia del pensiero politico, sul pontificato di Bonifacio VIII, sul regno di Sicilia, sul medioevo abruzzese, sulla storia della città e dell’università di Bologna. Ha curato, per l’Istituto storico italiano per il Medio Evo, l’edizione critica della cronaca-cartulario del monastero di San Bartolomeo di Carpineto (Roma 2001) e del trattato De fletu Ecclesie del giurista trecentesco Giovanni da Legnano sull’origine del grande scisma d’Occidente (Legnano-Bologna 2006).

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città quotidiano” del 30 aprile 2015

di Nicola Catenaro

venerdì 01 maggio 2015 alle 9:38

347 visualizzazioni

Un commento per '«Il Medioevo, un’età piena di luci e colori»'

Rimani aggiornato con RSS o TrackBack su '«Il Medioevo, un’età piena di luci e colori»'.

  1. Incredibile! L’intervista mi era sfuggita, e dire che con Berardo mi sento spesso, ma…lui non me ne aveva mai parlato (la sua grande modestia è pari al suo genio). Complimenti, caro Nicola, per aver così bene fatto presentare a Berardo la sua figura, la sua personalità, i suoi studi: un vero grande teramano che ha saputo “emanciparsi” dalle strettoie della nostra Teramo, senza tuttavia abbandonarla né, tanto meno, dimenticarla. Vi abbraccio entrambi. Marcello Sgattoni.

    marcello sgattoni

    25 Ago 2016 alle 11:29

Lascia un commento

*