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«Anch’io voglio la mia auto blues. In Abruzzo»

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Adriano Tarullo (foto di Ezio Wallace Pace)

Ho conosciuto Adriano Tarullo una decina di anni fa. Per caso. Fu mio fratello a farmi sentire un suo disco. Mi disse: lavora con me in azienda, a Colonnella, ma nei weekend suona in giro per pub e festival. Blues e dialetto abruzzese, naturalmente.

Mi colpì, allora, che il suo talento fosse ancora nascosto a livello locale. Un cantastorie che racconta le leggende della propria terra con la stessa facilita con cui, anche grazie a una buona dose di ironia, interpreta le storie di ordinaria solitudine, amore o disperazione che ciascuno di noi vive. Storie locali avvolte da una pellicola universale.

Adriano, quando ha iniziato a suonare le sue canzoni?

«Ho incominciato a suonare intorno ai quindici anni. Mi ricordo bene di aver imparato a fare i primi accordi su uno spartito di Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan. Ho invece cominciato a scrivere canzoni dopo i venti anni, ma solo successivamente le ho proposte dal vivo. Suonavamo in trio e il gruppo si chiamava ATrio. Riprendeva le iniziali del mio nome e cognome».

Qual è stato il suo primo successo, quello con cui ha capito che la sua musica piaceva?

«Avevo ventidue anni quando fu pubblicata una mia poesia su “Specchio”, la rivista del giornale “La Stampa”. Ottenni una sorta di abilitazione a scrivere canzoni. Qualche anno dopo, presentai le mie prime canzoni e venni premiato nella sezione “Poesia nei Testi Musicali” del Premio Letterario Internazionale “Treditre Editori – Città di Avezzano”. Il presidente della giuria era Paolo Capodacqua, cantautore e chitarrista di Claudio Lolli. Poi è arrivato il vero successo…».

Qual è il vero successo?

«Quando ascolti qualcuno che canta le tue canzoni!».

Tradizioni abruzzesi, lingua dialettale e blues, rock e folk. Le canzoni del suo esordio da cantautore sono imperniate su questa miscela. Il blues, però, sembra prevalere. Cos’ha l’Abruzzo di blues?

«Sinceramente non sono partito da un’esplicita relazione tra l’Abruzzo e il blues, ma l’idea di coniugare questi due elementi nasce dal desiderio di volermi esprimere con le cose a cui sono legato: sono abruzzese e ascolto musica blues. Nell’ultimo album, “Anch’io voglio la mia auto blues”,  ho rielaborato la canzone tradizionale “Cimerose” ascoltando la melodia cantata da un abitante di Gessopalena grazie a una registrazione degli anni ’70 dell’etnomusicologo Diego Carpitella. Non è stato facile ricondurre quella melodia a un arrangiamento tipicamente blues e la voce di quello sciamano abruzzese sembrava provenire da ipotetici campi di cotone della Majella. Evidentemente, nel tempo, i canti africani sono giunti anche nell’entroterra nostrano. Per quanto riguarda me, il blues è l’approccio alla mia vita: è un genere musicale che ti permette di suonare facilmente con altri musicisti e, allo stesso tempo, può cullare la tua anima nei momenti più solitari della tua esistenza».

Qual è la sua tecnica di scrittura? Scrive prima le musiche e poi il testo o viceversa?

«Non è definitiva. Posso scrivere prima il testo, prima la musica o posso scrivere insieme i due elementi. Credo che le canzoni migliori vengano fuori nel momento in cui ho uno spunto di chitarra, un riff e da questo riesco a elaborare un testo e una progressione armonica, limando entrambe le cose e dando priorità all’una o all’altra a seconda di una mia valutazione personale».

Quali ore o quale momento della giornata predilige per scrivere?

«Di sicuro non la mattina, anche perché è un momento in cui ho già difficoltà a trovare una penna (risate)».

Quanto incide il lavoro di arrangiamento, con o senza gruppo, nella realizzazione di una canzone?

«L’arrangiamento è un aspetto molto trascurato in Italia. Siamo dannatamente attratti dalla melodia e, anche a ragione, dalle parole del testo, arte in cui siamo forse i migliori rispetto ad altre nazioni, lo sosteneva anche De Andrè. Per me l’arrangiamento è di estrema importanza e sono convinto che possa cambiare la valutazione di una canzone. Basta ascoltare alcune cover: ci sono interpretazioni che riescono a resuscitare canzoni mai prese in considerazione, ma anche il contrario. L’arrangiamento è un lavoro che mi piace curare e, suonando diversi strumenti quali chitarre acustiche, elettriche, resofoniche, bouzouki, banjo, eccetera, sono in grado di registrare un’intera canzone da solo. Con il gruppo riesco decisamente a migliorare la sezione ritmica, a definire meglio stacchi e ottenere registrazioni di strumenti con cui non ho molte abilità».

La sue canzoni devono qualcosa a Scanno, il paese in cui è nato e vive?

«Molti spunti vengono dal quotidiano, dalla vita di paese. “Bianco”, una canzone contenuta nel mio ultimo album e molto apprezzata da chi mi segue, è ambientata proprio a Scanno, in occasione di una nevicata particolare che ha messo in subbuglio anche un paese che è abituato a convivere con la neve. Senza conoscere determinati personaggi e le dinamiche invernali di un paese, non sarei mai stato capace di scriverla in quel modo».

Adriano Tarullo in "acustico" (foto di Ezio Wallace Pace)

C’è qualcosa a cui ha rinunciato per fare il musicista?

«No. Anzi, non essendo un attività molto redditizia se non per pochi, in particolare quando decidi di fare il cantautore, ho sempre svolto altre attività lavorative che mi hanno consentito di sostenermi economicamente ma, allo stesso tempo, mi hanno privato della possibilità di fare il musicista a tempo pieno».

Qual è il cantautore o la band che più l’ha influenzata?

«Nel momento in cui prendevo lezioni di chitarra, ascoltavo esclusivamente musica strumentale ed ero attratto da un certo virtuosismo della chitarra. Fu un video di Bruce Springsteen a riaccendere la passione per la musica cantata. Springsteen è stato il mio primo vero riferimento da adolescente. Chiaramente c’è molto altro, ho ascoltato molti musicisti cercando di cambiare generi musicali. Credo che ogni ascolto arricchisca il tuo bagaglio personale ed ognuno di questi ti influenzi passo dopo passo in ogni scelta musicale».

Quali sono i suoi riferimenti chitarristici?

«Non ce n’è uno in particolare, anzi ce ne sono troppi. Ultimamente ho ascoltato molto Derek Trucks, Robben Ford, John Mayer Trio, Carl Verheyen, che sono appunto musicisti blues. Se ne devo scegliere uno, direi Derek Trucks. Oltre alla sua tecnica chitarristica, la sua vera potenza è il gusto con cui arrangia i brani e i musicisti con cui si accompagna. Ho visto qualche anno fa un suo concerto, uno dei più belli che abbia visto».

Ha vinto con la Sbend, il suo gruppo, e con la canzone “Il prete di Anghiari” il premio “Pigro Ivancover 2014”. Che esperienza è stata? Cosa rappresenta quella canzone e perché avete deciso di riproporla?

«Solitamente nei live mi accompagna la Sbend. Anche se ultimamente per problemi di gestione è ridotta a quattro elementi,  la formazione classica è stata per un lungo periodo di sei musicisti. Quella del “Pigro” è stata un’occasione per riunirci e passare una giornata insieme, non escludendo di poter vincere un premio. Era la prima volta che ci cimentavamo in un concorso nazionale e l’occasione di poter suonare in una manifestazione in omaggio a Ivan Graziani è stata un incentivo in più. È  un cantautore apprezzato da tutti noi, tant’è che qualche canzone è presente anche in repertorio. Abbiamo voluto reinterpretare un brano che non fosse troppo conosciuto e che meglio calzasse all’identità della Sbend che predilige sonorità rock. Il bello di Graziani è che, oltre ad essere cantautore, era anche un ottimo chitarrista e sapeva confezionare dei gioiellini dal gusto decisamente rock. “Il prete di Anghiari” era uno di questi e si prestava molto alla reinterpretazione. Un altro elemento decisivo è il tema trattato nella canzone che richiama la cultura popolare abruzzese. Sono le storie di paese, le dicerie, le superstizioni che Graziani ha ascoltato dai contadini teramani e che allo stesso modo hanno fatto parte della nostra adolescenza».

Arte e lavoro: si (mal) conciliano?

«Il vero dramma è conciliare l’attività artistica con il denaro. Purtroppo per andare avanti non è necessario essere bravi, e in Italia siamo pieni di ottimi musicisti, ma avere dietro una spinta promozionale notevole. Quindi va avanti chi ha soldi da investire: chi vende più dischi non vuol dire che sia migliore di altri, è che riesce a riempire con facilità ogni spazio mediatico. D’altro canto non c’è una cultura musicale adeguata e  non c’è una cultura dell’ascolto: la musica è spesso un contorno ad altre attività. Dovremmo andare a sentire concerti nei teatri e non nei pub. Per quello che mi riguarda, non è assolutamente facile  farsi inserire in palinsesti contestualizzati, dove vale la pena suonare. Devi avere referenze mediatiche, funziona più il personaggio famoso che la qualità del musicista. Basta vedere come vanno di moda i comici nelle piazze che si sono conquistati la fiducia sullo schermo in cinque minuti di Zelig. Poi li senti blaterare solo volgarità se gli viene concessa un’ora di spettacolo dal vivo».

Progetti per il futuro?

«Andare a Zelig! No, direi che la terraferma è ancora lontana. Per il momento sto scrivendo canzoni nuove. Farò un nuovo cd, magari più elettrico».

Cosa manca alla musica rock in Abruzzo?

«In Abruzzo abbiamo terre meravigliose, ma manca la mentalità per fare un grande Woodstock».

Cosa manca in generale all’Abruzzo e cosa manca a lei?

«All’Abruzzo manca una b e a me manca una moglie ricca (risate)».

 

CHI È

Adriano Tarullo è nato il 26 febbraio del 1976. Nel 2004 autoproduce una raccolta di canzoni dal titolo “Adeguati”. Nel 2006 lascia il percorso musicale dedicato al cantautorato italiano e si dedica a un progetto particolare in cui coniuga versi dialettali con generi musicali molto vicini al folk-rock e al blues americani. Insieme all’Associazione Culturale della Foce, nasce il primo album “Sacce cu è ju Bblues”, contenente nove tracce inedite. Vicende ed ironie popolari al ritmo del country-blues. Nel 2008, vista la risposta del precedente album, prosegue il suo percorso autoproducendo l’album “Spartenze”, dodici tracce di cui undici inedite e un riadattamento di “Scura Maje”, antico canto abruzzese. Nel 2010 autoproduce “I vuojjie bbene a nonnate” . A differenza dei precedenti album , questo non contiene inediti. Le undici tracce in esso contenute sono rivisitazioni di brani tradizionali anonimi e di brani di autori abruzzesi dei primi anni del 1900. Queste canzoni, solitamente cantate da cori, sono state reinterpretate in una veste più moderna.  A maggio del 2012 è stato chiamato in Belgio a rappresentare il cantautorato abruzzese nella manifestazione “Voxteris”, che raccoglieva per ogni nazione europea un cantautore dialettale. Nel 2013 torna a cantare in italiano e autoproduce “Anch’io voglio la mia auto blues” che spazia dalla più raffinata e storica canzone d’autore italiana alle tradizioni popolari della terra d’Abruzzo.

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città quotidiano” del 12 giugno 2014

di Nicola Catenaro

venerdì 13 giugno 2014 alle 9:04

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