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Clinico e scienziato, le due anime di Lia Ginaldi

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Lia Ginaldi

Talento lo aveva sin da ragazza, al liceo. Le compagne di classe ammiravano di lei  soprattutto la capacità di approfondire, analiticamente, minuziosamente, come si smontano e si rimontano i frammenti di un puzzle, ogni singolo argomento. Ma era apprezzata anche la sua umiltà. Poi sono arrivate l’università, la laurea e due specializzazioni.

Troppo brava per stare in Italia, già allora. Così alla teramana Lia Ginaldi, medico, ricercatore e scienziato, toccò espatriare a Londra per esprimere il proprio talento. In Italia è tornata per il lato più tenero della sua vita: l’amore per le sue due figlie. Che convive con la passione, smisurata, per la medicina.

Professoressa Ginaldi, quando ha deciso che avrebbe fatto il medico?

«Penso di averlo sempre saputo, contagiata com’ero dalla dedizione con cui mio padre ha sempre svolto il suo lavoro di medico. Insomma, si può dire che abbia scelto di essere medico per missione, ma anche per curiosità».

Insegnamento, ricerca, cura: quali di questi modi di essere medico e scienziato insieme la appassionano di più e perché?

«Mi appassionano in egual misura tutte e tre queste modalità d’esser medico. Clinico e scienziato sono le mie due anime. La ricerca l’ho iniziata appena laureata, a ventitré anni,  ed ha assorbito la maggior parte del mio tempo e delle mie energie intellettuali nelle fasi iniziali della mia attività lavorativa soddisfacendo una innata curiosità. Fare ricerca e andare oltre la superficie delle cose risponde alla mia parte più creativa. D’altro canto, il contatto col paziente è irrinunciabile per un medico ed è il vero senso della mia scelta. Ricerca e cura sono poi inscindibili dalla didattica: insegnare è testimoniare la propria esperienza clinica e di ricerca, è comunicare sapere. Per questo il rapporto con gli studenti è stimolante».

Si occupa di allergologia ed immunologia, cioè dei rami della medicina che studiano le difese del nostro organismo.  Oggi, con gli stili di vita che cambiano, stiamo diventando più deboli o sono le minacce esterne ad essere più forti?

«L’ambiente e gli stili di vita attuali condizionano profondamente la nostra salute. Negli ultimi decenni i cambiamenti esterni sono stati così rapidi che non ci hanno dato il tempo di riadattarci ad essi per mettere in atto ottimali strategie di difesa. È proprio il sistema immunitario a combattere in prima linea per la nostra sopravvivenza, e quindi è il più coinvolto. Tra le noxae patogene (agenti capaci di esercitare un effetto dannoso sul corpo, ndr), non sono più al primo posto agenti infettivi ma allergeni e inquinanti, modificandosi di conseguenza anche le funzioni immunologiche con incremento di patologie allergiche, reumatiche, infiammatorie croniche e neoplastiche. Quindi senza dubbio siamo più deboli, ma al tempo stesso patologicamente iperreattivi».

Lia Ginaldi

Il paziente, secondo lei, deve essere coinvolto nei processi decisionali del medico che lo cura?

«Nei sistemi sanitari di molti paesi nel mondo si sta sviluppando il concetto di patient-empowerment, una strategia che attraverso l’educazione sanitaria e la promozione dei comportamenti favorevoli alla salute fornisce alle persone gli strumenti critici per prendere le decisioni migliori per il loro benessere. Negli ultimi anni si sono attivati anche in Italia diversi gruppi di pazienti che, attraverso associazioni appositamente costituite, hanno espresso la volontà di essere coinvolti nelle decisioni riguardanti la salute pubblica. È quindi cresciuta nell’opinione pubblica una particolare sensibilità riguardo al tema del coinvolgimento dei pazienti nei processi decisionali del proprio medico. Cosa che mi trova d’accordissimo pur consapevole che ciò costituisce una grande sfida: i metodi e i processi che andrebbero attivati necessitano infatti di totale trasparenza e solidità scientifica nel rispetto delle competenze e delle opinioni divergenti».

Cos’è la medicina di genere e perché se ne sta occupando?

«Medicina di genere è approcciarsi con una nuova cultura alla salute di uomini e donne. Fino a poco tempo fa, le malattie sono state studiate prevalentemente su casistiche di sesso maschile. Si sono così sottovalutate le peculiarità fisiologiche, biologico-ormonali ed anatomiche proprie delle donne. È interessante notare come una stessa malattia che colpisce sia l’uomo che la donna può presentare sintomatologia, decorso, prognosi e risposta farmacologica differenti. Anche il sistema immunitario si comporta in modo diverso nell’uomo e nella donna e patologie autoimmuni, lupus eritematoso, malattie reumatiche sono nettamente più frequenti nelle donne. C’è anche da dire che la medicina di genere non è una specialità».

Che vuol dire?

«Voglio dire che è una dimensione che riguarda tutte le branche della medicina ed è per questo che deve diventare pervasiva in  tutte le specialità. Finalmente sta crescendo anche in Italia la diffusione di una “gender sensitivity” nella pratica clinica. Di medicina di genere mi occupo da qualche anno e attualmente coordino un progetto triennale, appunto di medicina di genere, promosso dalla Asl di Teramo con la collaborazione dell’Università dell’Aquila e cofinanziato dalla Fondazione Tercas: specificità di genere e sistema immunitario sono due mondi fra loro connessi e sono convinta che la “gender sensitivity” sia una frontiera culturale che aprirà vasti orizzonti alla ricerca e alla clinica medica in generale favorendo cure migliori, più efficaci ed appropriate, della persona, maschio o femmina che sia».

Come e quando cambierà la vita delle donne con la medicina di genere?

«Credo che, addirittura, possa cambiare di più la vita degli uomini. Un esempio è l’osteoporosi: colpisce soprattutto le donne ed è più studiata quella femminile. Ma anche gli uomini si ammalano, tuttavia gli studi sull’osteoporosi maschile sono pochissimi. Ecco che una cultura di genere in medicina potrebbe avviare nuove ricerche sui pazienti maschi che si ammalano sempre più frequentemente di osteoporosi e trovare per loro cure più adeguate. Le donne, più attente alla loro salute rispetto agli uomini, sono anche al primo posto nel consumo di farmaci, e tuttavia sono poco rappresentate negli studi farmacologici. Anche qui pregiudizi di genere, che ritardano la strada della ricerca farmacologica. Con l’affermarsi della medicina di genere, questi ritardi potrebbero esser superati con indubbi vantaggi sulla qualità della vita delle pazienti donne».

Ritiene che le donne medico siano in qualche modo discriminate dai pregiudizi degli stessi pazienti?

«Sono più discriminate dai pregiudizi dei pazienti uomini. Ricordo che in un convegno del 2011 sulla prospettiva di genere delle donne medico fu presentata un’indagine  che mostrava come il genere (maschile o femminile) del medico era del tutto indifferente per il 70% dei pazienti donna e solo per il 50% dei pazienti uomini, che per lo più esprimevano una netta preferenza per il medico maschio in quanto ritenuto più competente. C’è ancora tanta strada da percorrere».

Ha dovuto sudare di più nella sua carriera per il fatto di essere donna?

«No, ma il fatto di essere donna ha influenzato il mio atteggiamento nei confronti della carriera che ho vissuto non come traguardo e approdo autorealizzativo, piuttosto, invece, come un’originale occasione di ridefinizione della gerarchia dei valori in cui credere e per i quali impegnarsi nella vita. Per una donna essere medico, per di più universitario, comporta una dedizione totale a tempo pieno, così come lo richiede essere madre. È questa la ragione per cui il mio maggior problema è il tempo; non la fatica, che si supera, non le energie, che si rigenerano dall’entusiasmo con cui si fanno le cose, ma il tempo, che mi va eternamente stretto. Eppure, se da un lato per un medico essere donna ed in particolare madre è impegnativo e professionalmente penalizzante, dall’altro può dare maggior autenticità al proprio lavoro».

Crede nei prodotti della medicina omeopatica?

«È difficile crederci quando le evidenze scientifiche sono scarse. L’omeopatia in qualche modo risponde più ad esigenze psicologiche degli utenti che non ad esigenze scientifiche e terapeutiche, ed è quindi poco utile soprattutto nelle patologie più importanti e gravi. La comunità scientifica internazionale ritiene l’omeopatia una terapia inefficace e priva di fondamento. Nessuno studio scientifico ha potuto dimostrare, ad oggi, che l’omeopatia abbia una qualche efficacia per una qualsiasi malattia ed è considerata niente più che un placebo come affermato in uno studio pubblicato nel 2005 da “Lancet”, una delle più prestigiose  riviste di medicina al mondo e addirittura l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che il suo utilizzo al posto delle terapie convenzionali basate su evidenze scientifiche può far perdere delle vite».

Di cosa ha bisogno la sanità abruzzese?

«Di una gestione intelligente delle risorse umane ed economiche che investa nelle eccellenze e nei settori di maggiore necessità nell’interesse del paziente La sanità abruzzese potrà migliorare solo se la classe politica riuscirà a realizzare scelte coraggiose e lungimiranti, superando campanilismi e visioni settoriali per rivolgersi con sensibile attenzione alle reali esigenze dell’utenza. C’è inoltre l’esigenza di una sanità più diffusa sul territorio, in grado di dotarsi di modelli organizzativi alternativi che eliminino il triste ed incivile fenomeno delle liste d’attesa e rendano il cittadino-malato più protagonista».  

Se potesse tornare indietro, farebbe le stesse scelte di studio e professionali? 

«Probabilmente sì, anche se da piccola immaginavo di diventare una scrittrice o una pittrice. Certo è che essere medico e dedicarmi all’immunologia e alla ricerca rappresentano per me un’avventura intellettuale e umana coinvolgente».

 

CHI È

Dopo la laurea e le specializzazioni a Firenze in Immunologia Clinica e Allergologia e a Modena in Oncologia, è approdata a Londra come research fellow entrando a far parte del gruppo di ricerca del professor Daniel Catovsky al “Royal Marsden Hospital and Institute of Cancer Research” dove si è dedicata alla caratterizzazione immunologica delle leucemie linfatiche croniche. L’attività di ricerca a Londra è proseguita per un anno e mezzo circa, fino al momento in cui è diventata madre delle sue due figlie, e proprio per dedicarsi di più a loro ha scelto di rientrare in Italia dove ha vinto il concorso per Professore Associato in Medicina Interna all’Università de L’Aquila. Attualmente, come Direttore della Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica dell’Unità Operativa Complessa Universitaria di Immunologia e Allergologia dell’Ospedale di Teramo e del Centro di Riferimento Regionale per lo studio e la cura dell’Osteoporosi, con i suoi collaboratori si occupa di malattie del sistema immunitario come allergie, malattie reumatiche e osteoporosi.

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città quotidiano” del 20 marzo 2014

di Nicola Catenaro

giovedì 20 marzo 2014 alle 23:43

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