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Dall’Abruzzo all’Onu per gestire i conflitti internazionali

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Oriano Micaletti (foto www.storieabruzzesi.it)

Si chiama Oriano Micaletti, ha 59 anni e origini abruzzesi ed è un funzionario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (l’ONU che in sigla tutti conosciamo). Ha iniziato quasi trent’anni fa e ha fatto capo sempre, operativamente, alle Nazioni Unite. Fino a quando, tre anni fa, gli hanno proposto un trasferimento all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa per gestire il conflitto in Ucraina. L’Osce ha sede a Vienna e riunisce 58 Stati che lavorano sulla base della Convenzione di Helsinki, solo in Europa, allo scopo di organizzare il dialogo soprattutto nel vecchio blocco dell’Est, in Paesi e regioni in crisi come Ucraina, Caucaso, Polonia, Ungheria…

 

… Lui ha accettato e, da allora, fa base in Ucraina per cercare di districare il conflitto in atto in quell’area. Il suo mestiere gli fa correre spesso seri rischi ma lo porta anche a conoscere il mondo, che ha girato in lungo e in largo. Micaletti parla cinque lingue (oltre a quella nativa, inglese, francese, tedesco e spagnolo) e sta imparando il russo. Spesso torna in Abruzzo, perché l’Abruzzo lo ha nel cuore e non solo per l’aria, il cibo, il verde, i tramonti e il mare. Sono le sue radici e non le può dimenticare, insieme ai tanti amici che lo accolgono fra la sua città natale, Teramo, e l’amata Giulianova.

Micaletti, di che cosa si occupa nell’Osce?

«In questo momento sto lavorando per la Special Mission in Ucraina, costituita proprio per gestire il conflitto con la Russia. Un conflitto iniziato negli anni Novanta subito dopo la scissione proposta dall’Ucraina e la possibilità fatta emergere da quest’ultima di associarsi all’Unione Europea e alla Nato. Cosa che ha trovato subito da parte della Russia una reazione molto dura che si è materializzata in diverse azioni. La più visibile, la più grande, è stata l’occupazione della Crimea, sviluppatasi in un referendum e sfociata nella riappropriazione del territorio da parte della Russia con un’elezione dalla stessa un po’ orchestrata. Ora la Crimea è una specie di territorio limbo, stretto tra l’Ucraina, che la rivendica ancora, e la Russia».

Solo l’inizio di una lunga crisi.

«Sì, in realtà ci sono stati altri avvenimenti che hanno esteso il conflitto facendolo diventare a quattro livelli. Innanzitutto la creazione di una zona cuscinetto tra l’Ucraina e la Moldavia che si chiama Transnistria, la cui estensione è all’incirca quella del Molise, che negli anni Novanta, subito dopo la scissione, la Russia ha occupato con le proprie truppe militari. Poi c’è stata l’occupazione ibrida di un territorio frontaliero, il Donbass, fra l’Ucraina e la Russia, la zona industriale, la più ricca dell’Ucraina, con due città molto importanti, Lugansk e Doneck. L’occupazione russa non è mai stata riconosciuta perché, stando ad alcune fonti, i russi hanno utilizzato dei mercenari. Infine, c’è un’altra zona frontaliera, al confine con la Romania e l’Ungheria, dove ci sono focolai utilizzati sempre dai russi per agitare altri fronti».

Com’è oggi la situazione?

«Molto delicata. C’è un gruppo di contatto che negozia, il gruppo di Normandia. Sono molto attivi in questo senso gli inglesi, i francesi, i tedeschi. Le negoziazioni vanno avanti da molti anni ma non si raggiunge ancora un punto di incontro. Con l’elezione del nuovo presidente ucraino, Volodymyr Zelens’kyj, si erano create aspettative alle quali non seguono ancora risultati visibili. Putin avrebbe dovuto fare delle concessioni al nuovo presidente ma di fatto da un anno è tutto bloccato».

Cosa dovrebbe accadere?

«Il conflitto ha già causato quasi ventimila morti nella zona del Donbass. C’è una situazione internazionale molto strana nella Crimea, che i russi considerano come parte integrale del proprio territorio ma che l’Ucraina continua a rivendicare, è davvero molto difficile prevedere che cosa potrebbe accadere. Certo, la Russia potrebbe attaccare e sopraffare facilmente l’Ucraina, ma avrebbe difficoltà a rimanere nei suoi territori dopo l’occupazione dato che l’Ucraina beneficia di un sostegno notevole da parte dell’Europa e anche dell’Italia che fa parte di quelle nazioni che hanno imposto le sanzioni contro la Russia».

Micaletti a un workshop sulla pace e la sicurezza in Darfur (foto di Albert González Farran_UNAMID)

Lei si è occupato spesso per l’Onu anche di missioni umanitarie. Qual è la più importante che ricorda?

«Otto anni in Darfur alla presenza di quello che noi consideriamo un genocidio e che ancora non vede la fine. Una situazione molto delicata. Un piccolo gruppo di arabi, due milioni circa, che hanno cercato di sopraffare otto milioni di africani nel Darfur. Lì mi occupavo della sicurezza dei civili. L’Italia è stata molto coinvolta, con il professor Antonio Cassese che fu il primo ad ipotizzare il fatto che ci fossero atti di genocidio che richiedessero l’intervento delle Nazioni Unite».

E la più pericolosa?

«La missione che ho svolto in Giordania, dove dovevamo coordinare gli aiuti umanitari per il sud della Siria nel momento in cui il Califfato era molto attivo con operazioni terroristiche. Il nostro compito era quello di creare cuscinetti e corridoi umanitari sia attraverso la Giordania sia attraverso la Turchia e l’Iraq. Quella è stata un’operazione abbastanza delicata per i rischi che i funzionari correvano nell’operare nella zona frontaliera. Essere presi in ostaggio dal Califfato equivaleva ad essere condannati alla pena di morte, non c’erano scuse, anche perché per gli Stati c’era ai quei tempi la raccomandazione di non intervenire in caso di cattura pagando il riscatto».

Come si diventa funzionari dell’Onu? Lei come ci è riuscito?

«Fin dal liceo sognavo di fare un lavoro del genere in un ambito internazionale. Poi questa convinzione si è rafforzata all’università. Io ho studiato a Teramo e ho avuto la fortuna di farlo con professori prestigiosi come Rocco Buttiglione per la filosofia e Gianluigi Rossi per la storia. Dico grazie anche a loro se sono riuscito ad ottenere una borsa di studio per la Scuola per l’Organizzazione internazionale a Roma. Successivamente, ho frequentato il corso di perfezionamento alla Scuola diplomatica, sempre a Roma. Ho avuto anche la fortuna di superare subito il concorso internazionale per le Nazioni Unite, con cui ho iniziato a collaborare nel 1989. Da lì, una serie numerosa e incredibile di missioni un po’ in tutto il mondo».

Quale è stata la molla che l’ha spinta a intraprendere questa carriera?

«Ricordo che fin da piccolo ero affascinato dalle bandiere e dalle mappe, curioso di conoscere gli altri Paesi attraverso la geografia. Poi, quando sono cresciuto, direi che è stato il piacere di continuare a lavorare con le cose che avevo studiato: la storia, il diritto, la geografia, le lingue. Infine, maturando una coscienza più profonda, il grande privilegio di poter fare qualcosa per la gente, la possibilità di aiutarla concretamente. Ho iniziato con l’Alto Commissariato per i rifugiati a Gibuti e in Pakistan e da lì, pian piano, ho lavorato per l’Onu in quasi tutti i conflitti che si sono verificati negli ultimi trent’anni nel mondo. Li ho visti un po’ tutti in prima linea, spesso nelle dure fasi di transizione da un regime dittatoriale a un sistema democratico».

Oriano Micaletti nel 2009 con Margherita Boniver e l’allora parlamentare abruzzese Paolo Tancredi (primo a sinistra)

Cosa non si può non avere facendo questo lavoro?

«La mia esperienza mi suggerisce che questa qualità risieda nella curiosità per la gente, in particolare nella capacità di leggere la sofferenza nelle persone più indifese. Ministri e politici, alla fine, se la cavano. Chi paga il prezzo più alto sono le donne, gli anziani, i bambini, gente senza voce che resta intrappolata nei conflitti. Io do il mio piccolo contributo soprattutto per loro».

Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

venerdì 21 agosto 2020 alle 12:18

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