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Il fumettista italiano che fa impazzire i francesi

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Adriano De Vincentiis

C’è chi lo descrive come il nuovo Manara (di cui peraltro è amico) ma lui, Adriano De Vincentiis, disegnatore teramano molto apprezzato in Francia e in altri Paesi oltre che nel circuito di appassionati nostrani, rifiuta le etichette. Di certo si può dire che la sua matita riesce a incantare al pari di quella del grande artista a cui qualcuno lo vorrebbe accostare. De Vincentiis, che viene dallo stesso liceo (artistico) teramano in cui si sono fatti le ossa altri talenti della sua generazione (vedi Cristiano Donzelli o Carmine Di Giandomenico) è uno che riflette molto prima di pensare e non dà mai risposte scontate. Definirlo un anticonformista sarebbe riduttivo. Lasciamo che siano le sue stesse parole a fornircene il ritratto.

De Vincentiis, quando ha scoperto che le piaceva disegnare?

«In realtà non l’ho mai scoperto, semplicemente ho sempre continuato a fare quello che mi era impossibile smettere di fare. Tutti i bambini disegnano, insieme al gioco il disegno è un procedimento di conoscenza di se stesso e del mondo. Ho sempre disegnato fin dove arriva la mia memoria, nel passato».

Cosa l’ha spinta a continuare a disegnare?

«Un rispetto incondizionato verso i miei bisogni. Sono nato nel 1971, erano tempi ben diversi da quelli di oggi: non c’erano scuole di fumetto ad ogni angolo di strada e del web che promettono pubblicazioni a fine corso, non esisteva internet e a presentare i propri lavori si andava a piedi, col treno e con la cartella sotto il braccio. Bisognava essere come minimo ottimi disegnatori, e il lavoro era per pochi. Per fare questo mestiere bisognava dedicarsi completamente alla disciplina del disegno. Per me è così ancora oggi».

Da bambino leggeva quali fumetti?

«Per fortuna non furono i super eroi e nemmeno Topolino (che odiavo già da bambino) ma storie raccontate con dei disegni strepitosi di artisti argentini, spagnoli, francesi che apparivano sulle riviste dei primi anni 80 edite dall’Eura editoriale. Quello che vidi, divorai e amai allora, ancora oggi, aspetto che venga superato o anche avvicinato. Ma vedo che è sempre più difficile. Si sta procedendo in una allarmante retrocessione artistica, insomma, si disegna sempre peggio. Tuttavia, il primo vero shock visivo legato al disegno non fu un fumetto, ma i disegni di Leonardo Da Vinci, in particolare il suo uomo vitruviano che credo di aver copiato nell’infanzia centinaia di volte».

Il liceo artistico (quello che ha seguito a Teramo) è stato una palestra di tecnica o un luogo di formazione spirituale?

«È stata una esperienza sublime. Volli il liceo artistico non solo perché avevo deciso che il disegno sarebbe diventato il fulcro della mia vita, ma sopratutto perché, a quei tempi, era ancora abbastanza selvaggio. L’istituzione scolastica è estremamente pericolosa per uno spirito creativo e generalmente annichilisce in breve tempo qualsiasi slancio individuale. Il liceo artistico di allora mi si presentava come un campo ancora plasmabile dallo studente, si raccontavano cose indecorose e questo mi attraeva enormemente. Imparai alcune tecniche che non mi sono mai tornate utili, tranne quelle della prospettiva e del disegno geometrico che mi furono insegnate da una persona che aveva un livello umano di consapevolezza molto superiore alla media».

Dopo il liceo qual è stato il suo percorso?

«Uscito dal liceo stavo già lavorando, furono quelli gli anni in cui l’art director con cui lavoravo a Bologna mi disse una frase che ancora oggi porto a mente: “Ti pagheranno per migliorarti e continuare ad imparare”. Credo che sia la frase che esprime al meglio quello che ho fatto».

Si definirebbe un fumettista o un disegnatore?

«Mi definirei una persona interessata enormemente alla disciplina del disegno e che la applica spesso nell’ambito dell’arte sequenziale detta volgarmente fumetto».

Notte o giorno: quale tempo preferisce per disegnare?

«Le stagioni o tempi dell’uomo sono interiori, preferisco qualsiasi tempo che sia in equilibrio con il mio tempo interiore».

Riesce a far coincidere la tua passione, disegnare, con la necessità di trarre sostentamento da questo?

«Tra le due cose non vedo nessuna differenza o separazione. La passione è sostentamento. Se non lo è, non è una passione ma una sventura. La passione è necessità, una necessità deve creare per forza sostentamento. Non ho mai avuto problemi con questa dinamica della creatività, ho sempre visto le persone che si preoccupavano di far diventare il loro hobby “un lavoro”, perché altrimenti non potevano vivere, come degli alieni che parlavano una lingua a me incomprensibile. L’aspetto economico è solo uno dei mezzi di sostentamento che si producono direttamente dal processo creativo».

Cosa è l’arte per lei?

«Arte, per definizione, significa applicazione di una conoscenza e/o di una tecnica. Il termine tecnica ci porta fuori strada per via delle sovrastrutture sociali che hanno svilito questa parola tramite la schiavitù del lavoro, altresì il termine conoscenza è stato svilito nel mondo moderno. Se a tutti questi termini si restituisce il loro significato originale anche la parola Arte torna ad essere quello che è».

Perché ha scelto il disegno erotico (se così lo possiamo definire) per esprimersi?

«Non ho scelto nulla, purtroppo o per fortuna una carriera artistica è molto diversa dal trovarsi davanti al bancone di un self service e scegliere il prodotto che più ci fa comodo, contrariamente a quello che si insegna oggi nelle scuole, dove si è addirittura costretti a “scegliere” un percorso prima ancora di avere una maturità che permetta agli studenti di capire cosa sia un percorso. Il disegno è erotico. Ogni attività visiva che si basi sulla vita non può mancare di erotismo, io non ho mai capito come si possa separare l’arte dall’erotismo, onestamente. Come può un’opera che sia piena di vita esulare dall’erotico che è la spinta che rigenera la vita e la perpetua?».

Qual è il confine tra erotismo e pornografia?

«Il desiderio».

 Qualcuno accosta il suo lavoro a quello di Manara, spingendosi a dire che lei è il suo ideale erede. A parte i rapporti di amicizia, che sappiamo la legano a lui, cosa vi accomuna.

«Il termine ‘erede di Manara’ è qualcosa che è stato inventato arbitrariamente dal giornalismo del web. Io non lo condivido e non ho nessuna responsabilità con questa definizione. Anzi, la trovo fuori luogo. Non credo che qualcosa accomuni Milo a me, anzi, ne sono certo. Al contrario c’è molto che accomuna me a lui: una grandissima ammirazione e delizia nell’ammirare il suo lavoro, da sempre. Poi, da quando ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo occasionalmente, la stima e l’ammirazione si sono estese anche alla sua persona».

Il suo lavoro è molto apprezzato in Francia. Gli stessi onori non le vengono tributati in Italia. Le cause di questo fenomeno sono nell’editoria o nel pubblico?

«Sicuramente tutte e due le cose, con vari tipi di collegamenti di causa ed effetto tra le due, probabilmente, oggi, assolutamente reciproche. La storia del fumetto italiano è molto diversa da quella francese, e la storia e la tradizione di un fenomeno forma il pubblico. Sulla preparazione e il gusto del pubblico francese che vanta una tradizione su degli standard di altissimo livello, ovviamente, l’editoria procede, a volte continuando ad elevare il gusto artistico collettivo del paese. In Italia, purtroppo, la storia è ben diversa, siamo passati dal fumetto pornografico usa e getta al formato bonelliano, che richiede una diversa attitudine, purtroppo non più pornografica, ma che mantiene per tradizione un contenitore e spesso un contenuto di scarso valore e di breve durata, appunto, ancora, usa e getta. C’è stato di mezzo un periodo molto florido, fine anni ’80 e inizio ’90, in cui l’Italia ha visto crescere nelle edicole e nelle librerie invece un tipo di fumetto che sorpassava gli standard abituali di anni luce, per la maggior parte caratterizzato da prodotti di produzione estera, e da alcuni geni tutti italiani, ma per causa di questo passaggio troppo violento di qualità, il fenomeno è durato pochissimo, tornando agli standard mediocri a cui il pubblico Italiano è abituato».

È un luogo comune, secondo lei, che l’Italia non apprezzi i talenti?

«Per apprezzare un talento ci vuole talento. Per apprezzare l’arte ci vuole preparazione, cultura, attenzione, serietà e disciplina visiva e di contenuto. Se questo manca nella cultura di tutto il Paese, è strutturalmente impossibile che un talento artistico sia apprezzato».

Di quanti luoghi comuni è prigioniera la nostra vita?

«La mia ne è alquanto libera ma Il luogo comune, o meglio, il senso comune, è la madre di tutte le prigioni».

Da tempo lei si è stabilito nelle Marche. Rimpiange ogni tanto Teramo e l’Abruzzo?

«No, sono molto vicino a Teramo e ci torno quando voglio, l’Abruzzo mi è a pochi chilometri e me lo godo quando ne ho il bisogno. Assolutamente nessun rimpianto. Prima di stabilirmi, per ora nelle Marche, ho girato davvero mezzo mondo per lavoro e vivo qui perché mi piace, e molto. Il posto in cui vivo è bellissimo e se non fosse così me ne sarei già andato».

 

CHI E’

Nato a Teramo, Adriano De Vincentiis realizza a soli vent’anni la sua prima graphic novel a fumetti, ancora prima di diplomarsi al liceo artistico. la Graphic Novel “Koshka” viene poi tradotta in quattro lingue e pubblicata in diversi paesi esteri spiccando tra le pagine della storica rivista di fantasy per adulti “Heavy Metal” negli stati uniti, con la quale l’artista continua la collaborazione a tutt’oggi, anche come copertinista. Nel 1995 è pioniere, in tempi non sospetti, della contaminazione ad opera di fumettisti con il cinema hollywoodiano: intraprende giovanissimo e da solo una trasferta a Los Angeles dove collabora con progetti sperimentali e grosse produzioni cinematografiche, lavorando come conceptual artist per premi Oscar americani e, in seguito, trascinando al suo seguito altri artisti emergenti. Qualche anno dopo, passata una breve esperienza a Cinecittà, si trasferisce ad Hong Kong dando inizio ad una lunga collaborazione con il cinema cinese, tornando saltuariamente negli stati uniti e facendo da spola tra oriente ed occidente fino al 2001, mentre si riavvicina sequenzialmente al disegno per il cinema di animazione ed al fumetto, sua prima ed originaria passione. Nel 2004 rinuncia alle collaborazioni cinematografiche per tornare alla libertà intima e creativa del fumetto e negli anni seguenti realizza numerosi libri a fumetti e di illustrazione per il mercato francese, inserendosi presto nella schiera dei migliori rappresentanti dell’erotismo disegnato d’oltralpe. Oggi le sue opere sono esposte nelle gallerie d’arte del fumetto più importanti di Parigi.

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città Quotidiano” del 19 settembre 2013

di Nicola Catenaro

giovedì 19 settembre 2013 alle 22:10

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