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La regina dei pattini che ha fatto sognare l’Italia

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Raffaella Del Vinaccio

Il suo sorriso e la sua ironia nascondono una tenacia e una capacità di autocontrollo che in pochi, nella storia dello sport, hanno saputo dimostrare. Lei, Raffaella Del Vinaccio, la pluricampionessa del mondo di pattinaggio artistico su rotelle che ha regalato all’Abruzzo e all’Italia, tra gli anni Ottanta e i Novanta, i massimi riconoscimenti assegnati a questa disciplina (l’ideale erede oggi è Debora Sbei, anche lei abruzzese), aveva forse questo di spettacolare: in gara non perdeva mai il controllo. Provate a cercare qualche video delle sue esibizioni e vi accorgerete, anche con occhi inesperti, che “Raffa” (così la chiamavano tutti) era assolutamente perfetta. Questione di allenamento, dice lei. Questione di talento, diciamo noi, e di una forza straordinaria che ha portato una ragazza teramana a strappare agli americani il dominio prima incontrastato nella specialità.

Raffaella Del Vinaccio, qual è stato il suo percorso? Perché ha iniziato a pattinare?

«Per gioco, come accade a tante bambine che sognano di indossare i pattini. Dalla semplice voglia di farlo sono passata agli allenamenti. Avevo sei anni. Più mi allenavo, più la cosa mi prendeva e mi entusiasmava. E così sono iniziati ad arrivare anche i primi risultati, a livello provinciale e successivamente a livello regionale e nazionale».

Il suo primo successo a livello nazionale?

«A diciassette anni, quando vinsi il primo titolo italiano a Roma. Dopodiché entrai in nazionale e a ventidue anni arrivò il primo mondiale. Eravamo a Pensacola, in Florida, nei pressi della base statunitense dove fu girato il film Top Gun. Poi arrivarono i mondiali in Italia, a Roccaraso, e in Germania e in Australia».

Quando ha cambiato passo? Cioè quando ha cominciato ad allenarsi da campionessa?

«Direi da subito. Preferivo allenarmi piuttosto magari che farmi portare da mia madre al mare. Sapevo che per arrivare a certi risultati avrei dovuto sudare parecchio».

Le tappe?

«A sei anni ho iniziato per gioco, a otto anni è diventata una cosa più seria, a dieci passavo più tempo sui pattini che a casa».

E così man mano che cresceva il suo impegno, aumentava anche quello di chi le stava vicino?

«Sì, quello della mia allenatrice Nadia Loggi, e poi quello dei miei genitori che mi accompagnavano alle gare e anche a fare stage a livello nazionale».

Cosa capì mentre cresceva il suo successo e man mano che centrava i suoi obiettivi?

«Mi rendevo conto che i successi arrivavano dagli allenamenti. Più mi allenavo, più capivo di riuscire ad avere risultati e di poter arrivare più in alto».

Ma è davvero tutta questione di allenamento?

«No, certo. C’è anche bisogno di una struttura fisica predisposta».

Non le dispiaceva rinunciare a una vita diciamo normale, quella che conducevano anche le sue coetanee?

«Allora no, forse guardandomi indietro… oddio, mi dico, non ho vissuto l’adolescenza (risate), ma devo dire che non ho grandi rimpianti. Ho fatto esperienze che le ragazze della mia età non potevano fare. Ho viaggiato molto, visto tante cose e in fondo ho condiviso queste gioie con ragazze e ragazzi che avevano la mia età».

Per quanti anni ha conservato il titolo mondiale?

«Per cinque anni».

Chi era la sua acerrima rivale?

«Un’americana, Tina Jerue Zwieback. Tra di noi la lotta era piuttosto accesa…».

Qual era il suo punto forte, la qualità che maggiormente convinceva la giuria quando si doveva esprimere ed assegnarle il primo posto?

«Colpiva molto la capacità di eseguire alcuni salti difficili, credo. Io sono stata la prima ad effettuare il doppio axel e il triplo axel (l’axel è l’unico salto, nel pattinaggio, in cui si parte in avanti sul filo esterno sinistro, ndr). Ora invece la tecnica si è evoluta e certe cose sono diventate piuttosto normali. In gara, poi, l’emozione non giocava a mio sfavore e riuscivo a rendere molto».

In quegli anni non ha mai pensato di smettere?

«No, la passione era tanta e non mi pesava rinunciare a una vita normale».

Il ricordo più bello?

«Il primo titolo mondiale, nel 1988. E poi la conferma a Roccaraso, perché accadde in Abruzzo».

Che emozioni provava?

«Non si possono descrivere, sono sincera. Sono emozioni indicibili».

Il ricordo peggiore?

«Il mondiale che avrei dovuto vincere nel 1985. E invece dovetti operarmi per un’ernia al disco, cosa che mi costrinse a uno stop piuttosto lungo».

Perché ha smesso a ventisei anni?

«Avendo vinto tredici titoli mondiali, a quel punto potevo solo perdere. Venne a mancare lo stimolo per continuare ad allenarmi e così decisi di fermarmi».

Ha avuto finalmente il tempo di fare altro?

«Ho iniziato a lavorare e nel frattempo ad allenare in una società di San Benedetto. Ho portato un paio di ragazzi agli Europei e poi in Nazionale. Non era facile però conciliare tutti gli impegni, ho smesso quattro anni fa anche per dedicarmi di più a mia figlia Giulia, che ora ha sedici anni».

Scendere dal podio, disabituarsi alle vittorie è difficile?

«Sicuramente sì. Almeno in un primo tempo. Ti ritrovi a fare una vita completamente diversa, lontano anche dai riflettori. Ma il cambiamento più significativo fu quello di smettere all’improvviso di viaggiare. Io ero continuamente con le valigie in mano, una settimana a Londra, l’altra a Parigi, la settimana successiva in Spagna e in Argentina per gli stage svolti per conto della Federazione. Questo mi ha destabilizzata un po’, all’inizio, quando si è trattato di tornare a Teramo dove avevo perso quasi tutti i contatti».

Indossa ancora i pattini?

«L’ho fatto fin quando ho insegnato. Poi non li ho messi più. Ma ogni tanto, se ci penso, la voglia mi torna».

 

CHI È

Raffaella Del Vinaccio, nata a Teramo nel 1967, inizia a pattinare all’età di quattro anni seguendo l’esempio della sorella maggiore. Gareggiando per tutta la carriera come solista, all’età di 12 anni comincia a vincere i primi titoli, mentre a 14 anni giunge la prima convocazione in nazionale. Nel 1984 partecipa al suo primo campionato mondiale a Tokyo, conquistando la medaglia di bronzo. Il primo titolo mondiale giunge nel 1988, all’età di 21 anni, con il trionfo ai campionati che si svolgono negli Stati Uniti, a Pensacola (in Florida). È l’inizio di una straordinaria serie di successi mondiali, che la vede trionfare ininterrottamente sino al 1992, anno del suo ritiro. Il titolo mondiale vinto nel continente americano viene confermato in Italia a Roccaraso, nella regione nativa, l’Abruzzo (vince il titolo negli esercizi liberi e nella combinata). La serie dei successi mondiali seguita nel 1990 ad Hanau (Germania), nel 1991 a Sydney (Australia) e a Tampa (Stati Uniti) nel 1992, anno in cui abbandona l’agonismo a soli 26 anni. Chiude la sua carriera vantando ben tredici titoli mondiali (5 nel libero, 5 nella combinata e 3 negli obbligatori). Dopo il ritiro dall’attività agonistica, l’atleta teramana si è dedicata anche all’insegnamento del pattinaggio. Va ricordato anche il suo impegno nelle attività benefiche.

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città Quotidiano” del 5 settembre 2013

 

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di Nicola Catenaro

venerdì 06 settembre 2013 alle 8:41

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