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«Teramo sia leader nell’agroalimentare»

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Luciano D'Amico

Luciano D’Amico

Per “Unindustria”, il magazine di Confindustria Teramo, abbiamo intervistato il rettore dell’Università degli Studi di Teramo, che è anche un economista, sugli scenari di fuga dalla crisi. Luciano D’Amico ha colto l’occasione per lanciare un appello alle istituzioni e alle forze sociali e produttive del territorio teramano: la provincia deve specializzarsi, solo così potrà contrastare il lento declino in corso e riacquistare competitività. Ecco il colloquio integrale, pubblicato nel numero di settembre 2015.

Rettore Luciano D’Amico, da tempo la provincia di Teramo vive una crisi che sta portando il tessuto produttivo all’involuzione. Come è possibile recuperare una vocazione o un’identità per uscire da questa situazione?

«Bisogna partire dalle risorse del territorio, che ha già dimostrato di avere un tessuto imprenditoriale in grado di alimentare un processo di sviluppo assai sostenuto e in alcuni momenti considerato un modello da esportare….

… È un territorio, quello teramano, che ha una capacità e una professionalità diffuse che possono consentire di alimentare di nuovo un processo di sviluppo».

Cosa bisogna fare secondo lei?

«Occorre secondo me agire su due fronti. Il primo è quello delle grandi semplificazioni: bisogna ridare agli imprenditori libertà di manovra per poter programmare e anche disponibilità di risorse, la stessa che nel passato veniva garantita da un sistema finanziario endogeno in grado di mobilitarle. Il secondo riguarda la scelta della vocazione: poter competere nell’attuale scenario economico e industriale significa specializzarsi sempre di più, cosa che le altre province abruzzesi hanno in qualche modo già fatto. Basti pensare al distretto della Val di Sangro per l’automotive e la meccanica in generale e ai poli chimico-farmaceutico e aerospaziale nella provincia dell’Aquila. Teramo ha grandi risorse per fare una scelta di specializzazione».

Specializzarsi in cosa?

«Penso innanzitutto all’agroalimentare, a partire dalla formazione. L’università ha uno dei suoi poli d’eccellenza nell’agroalimentare e a Teramo c’è la sede di un Istituto Zooprofilattico di grandi tradizioni e competenze. Il territorio peraltro è già vocato per alcune produzioni. Bisognerebbe coordinare queste risorse tra di loro sfruttando anche la presenza dei grandi stabilimenti industriali di trasformazione dei prodotti agricoli già operanti sul territorio. Una specializzazione che non si limiti solo a valorizzare produzioni DOP o di eccellenza ma che riesca anche a innovare con l’utilizzo di nuove tecnologie e a superare i limiti di produzione quantitativa che un territorio comunque ristretto può avere».

Pensa anche ad altre forme di specializzazione?

«Certo. Ci sono dei casi di industrie ancora operanti attivamente nel Teramano che rappresentano delle punte di eccellenza nel proprio settore. Penso all’automotive e in particolari ad alcuni produttori d’avanguardia per tecnologie e diffusione dei prodotti. E l’azione di sostegno deve essere molto ampia: occorre sia soddisfare la necessità di personale altamente qualificato sia mettere a disposizione quella rete di servizi necessaria a superare i limiti dimensionali che le aziende da sole non potrebbero superare. Mi riferisco ai servizi di supporto per l’export e in generale per l’internazionalizzazione, che non possono essere prodotti autonomamente all’interno delle aziende ma richiedono un’azione di sistema. In ogni caso resta prioritaria la scelta della vocazione. Fare di meno qualcosa ma farla meglio degli altri significa essere competitivi».

Il rettore dell'Università degli Studi di Teramo, Luciano D'Amico, davanti alla cattedrale

Il rettore dell’Università degli Studi di Teramo, Luciano D’Amico, davanti alla cattedrale

Come immagina Teramo fra dieci anni applicando queste regole?

«Io immagino una provincia che possa essere leader nel settore agroalimentare sia nel campo della trasformazione dei prodotti (non solo quelli del territorio) sia nel campo dell’innovazione e dell’applicazione di nuove tecnologie. Immagino una provincia che possa conquistare uno spazio economico in tutte quelle nicchie che sono limitate nella quantità ma sono assai elevate nella qualità e nella redditività».

La scelta di specializzazione è una scelta obbligata?

«Dire inevitabile, e andrebbe fatta di concerto con i territori vicini in una logica di complementarità. La provincia teramana non dovrebbe mai competere con gli altri territori nei settori in cui questi sono in una fase di più avanzato sviluppo ma agire in sinergia con questi per offrire qualcosa in più non solo a livello locale ma anche a livello nazionale e internazionale. Immagino, in questo senso, anche la capacità di un territorio come quello teramano di formare elevate professionalità, le sole in grado di ottenere produzioni di beni o erogazione di servizi ad alto valore aggiunto».

L’università come si porrà in questo processo di sviluppo?

«Continuerà la scelta di specializzazione, riducendo in stretto raccordo con gli altri atenei gli ambiti formativi ma presidiando ottimamente quei pochi in cui si cercherà una specializzazione. E la nostra specializzazione non può che passare per il potenziamento del polo agro-bio-veterinario, speriamo in collaborazione sempre più stretta con l’IZS, e in una nuova vocazione di quello umanistico. Immaginiamo uno sviluppo del polo giuridico con un orizzonte quanto meno regionale che soddisfi il fabbisogno dell’Abruzzo e attragga anche da fuori regione. Un altro spazio che vorremmo coltivare è quello delle discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, in cui in passato la facoltà di Scienze della Comunicazione aveva già avuto delle esperienze, che sfrutti la sinergia con un’altra istituzione teramana di prestigio come l’Istituto Braga e si muova anche in questo caso in una dimensione regionale».

Quale scenario attende un territorio che non sceglierà di specializzarsi?

«Uno scenario in cui la competizione su produzioni despecializzate e a basso valore aggiunto potrà al massimo rallentare un declino tipico di tutti i tessuti produttivi che non hanno saputo rinnovarsi. Insistere sui vecchi modelli significa solo richiamare nostalgici ricordi su esperienze che ormai appartengono al passato».

Nicola Catenaro

 

di Nicola Catenaro

sabato 03 ottobre 2015 alle 17:46

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