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L’ex frate che si oppose all’Antonianum chiede giustizia

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Giovanni Pavan

Giovanni Pavan

Questa è innanzitutto una storia di fatti e non di persone, su cui aleggia uno spesso velo di ingiustizia pur non potendosi dire con chiarezza dove siano i giusti o gli ingiusti o da quale parte sia la vera ragione. È la storia di Giovanni Pavan, nato a Treviso e residente a Teramo, anni 92, gran parte dei quali trascorsi a sondare le profondità della mente umana. Tanti i pazienti che sono transitati nel suo studio di psicoterapeuta. Una bibliografia imponente, che conta numerose pubblicazioni sulla psicoterapia e su altri argomenti relativi all’aggiornamento post-conciliare della Chiesa. Un curriculum ricco di tante altre esperienze oltre che dell’infinita passione per la ricerca che ha contraddistinto tutta la sua vita.

Pavan, una vita fa, appunto, era un frate cappuccino. Entrato in seminario da ragazzo, prese i voti e diventò responsabile del Segretariato generale per la formazione dell’Ordine. In abiti religiosi si è distinto svolgendo dodici anni di docenza universitaria alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ateneo in cui è stato anche primo preside dell’Istituto francescano di spiritualità, una sezione della facoltà di teologia.

Nel 1970 un importante incarico. Fu chiamato a presiedere la commissione sullo stato dell’Ordine dei Cappuccini a cui, in ossequio a quanto stabilito dal Concilio Vaticano, era stato affidato il compito di analizzare le condizioni oggettive dei quindicimila frati minori presenti nel mondo dopo cinque secoli di storia. Di questa commissione facevano parte anche docenti universitari come Renzo Carli de “La Sapienza” di Roma e Franco Crespi dell’università di Perugia. Un lavoro che durò quattro anni e mezzo e che produsse un volume in sei lingue. Tante le sollecitazioni e le novità che emersero da quella fatica. La soddisfazione per il risultato ottenuto, però, svanì presto.

Il professor Pavan (in primo piano) con altri confratelli quando era preside dell'Istituto Francescano di spiritualità

Il professor Pavan (in primo piano) con altri confratelli quando era preside dell’Istituto Francescano di spiritualità

Quasi contemporaneamente, infatti (correva l’anno 1975), Pavan, allora Padre Serafino da Postioma, fu estromesso dall’incarico presso l’Istituto francescano con una semplice lettera che sembrava dimenticare la complessa procedura prevista nel caso di esonero di un docente straordinario. Gli spiegarono che l’università non aveva bisogno di lui perché disponeva di altro personale. Ma i veri motivi di quella brusca rottura l’interessato non li ha mai conosciuti. Pavan si oppose e decise per questo di uscire dall’Ordine e di citare l’Antonianum  davanti al giudice civile. Iniziò una causa di lavoro «nel corso della quale – racconta – il giudice mi chiese di presentare buste paga o resoconti che documentassero i compensi ricevuti o dovutimi. Non ne esistevano. Allora il giudice fece: “Ma come? Dieci anni che insegna e non le hanno dato nulla?”. M’è venuto da rispondere: “Neanche il biglietto per il bus quando andavo a tenere le lezioni”. Il giudice ribatté: “Allora vada a fare il processo al Vaticano”». Il rettore, presente nell’aula, spiegò che il voto di povertà a cui s’era inchinato da frate era riconosciuto dal Concordato. Dunque, nulla era dovuto al ricorrente.

Lì, in quell’aula di tribunale, finì la storia di Padre Serafino e iniziò di nuovo quella di Giovanni Pavan, un uomo che, a cinquant’anni, con una dote in denaro ricevuta dai suoi confratelli (il cui ammontare, secondo l’usanza, non era preannunciato al destinatario), si vide costretto a trovarsi un altro lavoro. Non fu facile. Grazie ai suoi titoli e all’aiuto di un altro Padre Serafino (Colangeli), Pavan per quattordici anni svolse l’attività di psicoterapeuta presso la Piccola Opera Charitas, l’istituto per disabili con sede a Giulianova. Anche in questo caso la sua vicenda professionale non finì bene. Pavan si trovò nella necessità di dover chiedere il riconoscimento dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato ma, nonostante le testimonianze a favore, i documenti prodotti davanti ai giudici non furono giudicati “probanti”.

La morale di questa favola un po’ assurda e grottesca oggi suona un po’ strana. A 92 anni suonati, Giovanni Pavan – ex docente universitario, psicoterapeuta e prolifico saggista (è del 2009 l’imponente saggio in chiave antropologica “Uomo e potere” edito da Carabba) – , vive solo della pensione sociale, circa 600 euro sufficienti appena a pagare l’affitto e le bollette di casa, e della generosità dei suoi ex pazienti.

Non siamo in grado di dire se il voto di povertà a cui Pavan s’inchinò quando era frate sia stato così vincolante da impedire persino a chi, come lui, ha lavorato tanto di percepire una pensione o un vitalizio che gli consenta oggi di vivere dignitosamente. Ma l’amarezza e le domande che ci poniamo sono le stesse che Pavan ha condensato in un libro, “Lettera a Papa Francesco” (Edizioni Tracce, 2014) in cui, come nel precedente “Il silenzio del mare” (Tracce, 2005), l’ex frate cappuccino denuncia quello che gli è capitato rivolgendo un appello affinché non si dimentichi che casi come il suo risultano persino più crudeli quando sono ammantati dall’aura sacrale.

Pavan vorrebbe semplicemente che la sua storia fosse resa pubblica. E che la sua lettera arrivi davvero nelle mani di Papa Francesco. Nel nostro piccolo contribuiamo a esaudire questo suo desiderio, augurandoci che i suoi diritti di uomo, prima ancora che di cittadino o di lavoratore o di religioso, vengano prima o poi riconosciuti.

Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

lunedì 26 gennaio 2015 alle 0:39

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