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«Il mio Abruzzo, delizioso e sottovalutato»

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Marco Panara

Non tutti sanno che Marco Panara, tra i più noti e apprezzati giornalisti de “La Repubblica”, dove da più di dieci anni coordina “Affari&Finanza”, è abruzzese. Lo incontriamo al Meeting del Polo di innovazione Agire, a Francavilla al Mare, intento a moderare l’incontro delle 100 imprese che compongono il primo consorzio delle piccole e medie imprese dell’agroalimentare regionale. E non resistiamo alla tentazione di intervistarlo e di farci raccontare del suo rapporto con l’Abruzzo, del mestiere di giornalista, di come vede l’economia e quali sono dal suo punto di vista le prospettive di uscita dalla crisi. Eccovi il resoconto di una chiacchierata a tutto tondo…

Marco Panara, qual è il tuo rapporto con l’Abruzzo?

«Ci sono nato, innanzitutto. A Chieti, ben 58 anni fa. I miei genitori sono abruzzesi, mio padre di Chieti e mia madre di Casoli, quindi abruzzesi al cento per cento. Ho vissuto da bambino a Chieti e poi ho completato le mie scuole a Lecce, dove si era trasferita la mia famiglia. Ma, avendo la casa al mare a Francavilla e i nonni e gli zii qui, l’Abruzzo è sempre rimasto il posto delle feste, delle vacanze. Le mie radici sono qua. Francavilla è il mio posto. Per quanto devastata da scelte urbanistiche e di impostazione, è sempre rimasta nel mio cuore. Quando io sogno e ricordo cosa ho sognato, c’è sempre Francavilla. È una parte di me molto forte. Non vivo in Abruzzo da molto tempo perché la vita, le esperienze di lavoro mi hanno portato fuori, ma ho qui la famiglia, le radici, molti amici, molti affetti. È una regione, una terra deliziosa della quale sono anche un po’ orgoglioso».

Orgoglioso dell’Abruzzo in che senso?

«L’Abruzzo non è un luogo di grandezze ma, diciamo, un posto medio: c’è un mare che non è il mare della Sardegna o del Salento;  c’è una bella montagna, che non sono le Dolomiti; c’è una bella campagna, che tuttavia non è la Toscana;  ci sono città piacevoli, anche se non ci sono città d’arte come possono essere Siena, Lucca, Pisa o Verona. Questa sua medietà, però, io la sento molto vicina alla mia natura e molto apprezzabile e mi fa sempre piacere portarla come una delle tessere chiave della mia identità quando sono in giro per l’Italia o per il mondo. Negli ultimi anni, poi, questo orgoglio di essere abruzzese è rafforzato da una curiosità dei miei interlocutori legata alle solite cose buone della vita come il cibo o il vino o il fatto che adesso l’Abruzzo abbia dei ristoranti stellati, dei giovani chef brillanti, dei produttori di vino che hanno una riconosciuta qualità a livello nazionale e internazionale».

Incontri persone curiose dell’Abruzzo?

«Sì, persone con le quali ci si incontra nei posti più disparati mi chiedono dell’Abruzzo che, prima, era poco conosciuto come territorio anche da gente che vive non lontano da questa regione. Fatta eccezione per quelli che vanno a sciare a Roccaraso o vengono al mare sulla costa, l’Abruzzo come regione, come interno, cultura, archeologia, arte, tutto sommato è sottovalutato. E quindi rimanevano alcune cose del passato, personaggi straordinari come D’Annunzio, Flaiano, Michetti, Tosti, uomini a cavallo dei due secoli precedenti, tra l’Ottocento e il Novecento».

Oggi l’Abruzzo ha una marcia in più?

«Oggi ha una sua nuova modernità, sul piano più delle piacevolezze. Mi auguro che questa notorietà enogastronomica sia un incentivo, come spesso accade, a conoscere anche quello che c’è intorno, e quindi il territorio, la cultura, l’arte, l’architettura. Mi auguro anche che la cura per questo territorio sia all’altezza delle sue potenzialità».

Come sei diventato giornalista?

«Non ho mai fatto altro nella vita. Dopo la laurea in Giurisprudenza, a Roma, ho anche fatto l’esame da procuratore ma non ho mai pensato di svolgere le professioni legali. Finiti gli studi, ho iniziato a collaborare negli anni Settanta con il settimanale economico ‘Il Mondo’. Sono stato assunto per la prima volta da un giornale che si chiamava ’Il Globo’, un quotidiano storico che era stato chiuso e poi riaperto per una breve avventura di pochi mesi. Poi il gruppo cambiò proprietà. La nuova proprietà era molto ambigua e non mi piaceva».

Restare o andare via, era questo il dubbio? Che decisione hai preso?

«Dopo sei mesi mi sono dimesso. Non mi piaceva lavorare per un giornale che, magari, poteva perseguire interessi che non erano trasparenti. Sono andato a Milano a cercare un nuovo lavoro. Dopo pochissimi giorni, allora erano tempi molto più fortunati rispetto a quelli di oggi, fui assunto da “Mondo Economico”,  settimanale de “Il Sole 24 Ore”, e iniziai a frequentare la Borsa, a seguire i mercati e il mondo della finanza».

E l’avventura con “La Repubblica” quando è cominciata?

«’La Repubblica’, allora un giornale molto giovane, aveva solo tre giornalisti nella redazione economica di Milano e aveva bisogno di sostituirne uno che andava via, così fui selezionato. Ormai sono quasi trent’anni che lavoro a ‘Repubblica’, dove ho fatto molte cose. Da redattore della redazione economica a Milano a inviato, poi corrispondente in Estremo Oriente per cinque anni, quindi inviato di Politica, per un po’ anche di Esteri, poi sono stato capo della redazione economica e, in seguito, mi hanno affidato la gestione di “Affari&Finanza”, ormai più di dieci anni fa».

Marco Panara

Quanto sei affezionato al tuo mestiere?

«Io non sono uno di quei giornalisti che crede che questo mestiere sia una missione. No, io credo che questo sia un bel lavoro. Un lavoro che mi piace molto perché mi consente di soddisfare una delle mie caratteristiche fondamentali, la curiosità. Essere giornalisti ti dà la possibilità di entrare in contatto con tanti mondi, tante persone, tante realtà che, molte volte, ti stupiscono. Spesso, devo dire, ti stupiscono per il meglio, a volte per il peggio. Nel complesso è un lavoro ricco di stimoli e di sollecitazioni ma oggi mi viene più difficile incoraggiare i ragazzi che hanno questa aspirazione. I giornali una volta crescevano. Quando sono andato a ‘Repubblica’, c’erano ottanta-novanta persone. Adesso siamo più di quattrocento».

Che tempi vive il mondo dell’informazione oggi?

«Oggi siamo in una fase di  trasformazione dell’informazione per cui i giornali, le grandi testate, sono tutte in una fase di riduzione  dei costi. C’è innanzitutto da dire che la stampa si rivolge a un mercato interno, un mercato che soffre, quindi le fonti di reddito degli organi d’informazione, che sono la vendita delle copie e la pubblicità, risentono delle difficoltà dei cittadini e delle famiglie e delle imprese. L’altro fattore è l’evoluzione tecnologica. Ormai una parte larghissima dell’informazione viaggia sulla rete e questa è percepita come una commodity, cioè come un qualcosa che non ha un valore economico ma un costo. E il rapporto tra il costo di queste attività e la redditività o comunque gli incassi di chi fa queste attività, non è ancora tale da sostenere le spese per realizzare prodotti di alto livello con una remunerazione adeguata di chi ci lavora. Perlomeno in questa fase di passaggio, che durerà un po’, il mondo del giornalismo non è un mondo che promette facilmente lavoro stabile e redditi adeguati e crescenti».

Che suggerimenti daresti a chi vuole seguire questa strada?

«Ai ragazzi che mi chiedono consiglio dico sempre di analizzare attentamente se stessi. Qualcuno ce la farà, benissimo, ma io mi intristisco molto quando vedo persone che, ancora a 35 o magari a 40 anni, non hanno trovato una loro collocazione, non necessariamente come lavoratore dipendente assunto in un giornale ma anche come profilo professionale, come identità, come mercato del proprio lavoro. E questo pone il problema delle prospettive di queste persone. Io dico: se avete una grande determinazione, convinzione del vostro talento, abnegazione, umiltà, se ritenete di avere i numeri, provateci, con grande ostinazione, ma non all’infinito».

Rinunciare al sogno di fare il giornalista?

«Tanti ragazzi hanno assolutamente i numeri per essere dei bravissimi professionisti, ma la ricettività del mercato nei confronti di nuove figure è oggi molto limitata, quindi è necessario usare molta prudenza».

Per citare il titolo del tuo ultimo libro, qual è “La malattia dell’Occidente”?

«La perdita di valore del lavoro. Noi dimentichiamo, nella velocità della vita e della storia, che fino a cento anni fa il lavoro era servo e schiavo. I nostri contadini abruzzesi, i mezzadri, i braccianti avevano una vita miserrima in cui il tasso di libertà era praticamente inesistente. Parlo del tasso di libertà vera, di scelta. La liberazione del lavoro è stata una delle grandi conquiste del ventesimo secolo. Il lavoro è diventato libero e, attraverso la libertà del lavoro, si sono create anche le premesse della liberta tout court, cioè della democrazia».

Oggi, invece, cosa accade al lavoro? 

«Oggi viviamo in una fase in cui è debole perché c’è’ una fortissima competizione internazionale sul lavoro e perché le tecnologie, almeno per una fase, sostituiscono il lavoro. Poi ne creano di nuovo, ma c’è un gap dal momento in cui lo sostituiscono al momento in cui ne creano di nuovo. E quindi oggi, nell’Occidente, il lavoro è debole. Ha perso potere contrattuale, ha perso centralità nei progetti, nella visione della società. Le persone che non lavorano o che fanno lavori al di sotto delle proprie aspettative o delle proprie capacità o che offrono redditi non sufficienti per sostenere una vita dignitosa e progettuale nella quale si costruisce un futuro, sono tantissime. Abbiamo una quota rilevante di non lavoro e una quota rilevante di lavoro povero. Tutto questo indebolisce l’intera struttura, indebolisce i meccanismi della democrazia, quelli della partecipazione e il welfare».

Welfare a rischio, dunque?

«Sì, perché il modello europeo di una società che tende a inserire, una società inclusiva, un modello bellissimo, il più alto che la società abbia prodotto , si basa su un lavoro diffuso. Questo sistema costa, e il costo deve essere ripartito tra il numero maggiore di persone. Così la debolezza del lavoro si trasforma pericolosamente nella debolezza del nostro modello, che è un modello alto, di cui dobbiamo essere orgogliosi e alla cui manutenzione dobbiamo essere molto attenti. Il che non vuol dire che non si debba modernizzare ed evolvere. I valori impliciti nel nostro modello, ovvero la libertà, la democrazia, la condivisione, l’inclusione, sono valori a cui non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma ciò implica che il lavoro torni ad essere forte».

Quando il nostro Paese uscirà dalla crisi economica?

«Io sono convinto che l’Italia uscirà dalla crisi. Prima si pensava che questo potesse accadere nella seconda metà del 2013, ora ci si va spostando al 2014. Il problema dei problemi dell’Italia è la governance. Il sistema istituzionale italiano ha tanti pregi ma anche moltissimi difetti. E, soprattutto, non è adatto a gestire tempi dinamici come questi. Perché i processi decisionali sono troppo lunghi e complessi e il potere di interdizione, cioè di bloccare e di non attuare le decisioni prese, è fortissimo. Tutto ciò rende inefficiente questo sistema».

Come giudichi l’economia del nostro Paese?

«Ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, alcuni dei quali, come nel Mezzogiorno, sono storici e molto complessi da affrontare. Sarebbe possibile affrontarli se ci fosse una struttura istituzionale che consentisse di decidere, possibilmente nell’interesse generale, e poi di implementare queste decisioni. Questo handicap, che in questi giorni viviamo in maniera percettibile, rallenta tutto. Abbiamo bisogno di affrontare questo problema e di sciogliere dei nodi che sono legati in parte a questo problema. Uno è il modo di essere della Pubblica Amministrazione che, al di là del fatto che la burocrazia, in tutti i Paesi, anche dove è efficace ed efficiente, viene sempre percepita come un ostacolo, in Italia si traduce anche nella realtà di una struttura amministrativa che è non è adeguata a gestire le esigenze della collettività e di favorire l’attività economica».

Torniamo al problema dei problemi. Occorre cambiare il sistema istituzionale?

«Sono convinto di sì. E da una riscrittura e da un ridisegno del nostro sistema istituzionale, deve passare anche una revisione abbastanza radicale del modo di essere dello Stato. Dopodiché, ci sono anche una serie di altri fattori che possono essere di aiuto se si riapre un ciclo di vitalità, un’imprenditorialità, una capacità di crescita delle imprese, una struttura finanziaria più moderna e più adatta. Tutto questo, secondo me, è fattibile e succederà, ripeto succederà, ma è molto più faticoso che accada, molto più lento e molto meno incisivo, in termini di creazione di ricchezza e di lavoro, se il sistema in sé ha una testa che non funziona. Questo è il punto chiave».

 

Chi è

Nato nel 1954, laureato in giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma. Giornalista, dal 1984 è a “La Repubblica”. Si è occupato di finanza presso la sede di Milano, è stato corrispondente per l’Estremo Oriente con base a Tokyo dal 1988 al 1993. Dal 1996 è stato responsabile del settore economico e quindi di Affari&Finanza. Ha scritto per l’editore Laterza ‘La Scuola Nuova’, insieme a Luigi Berlinguer, sulla riforma del sistema scolastico e, ‘La Malattia dell’Occidente – Perché il lavoro non vale più’. Dal 2007 insegna alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Orientale di Napoli.

Nicola Catenaro

(Intervista pubblicata su “La Città” del 9 maggio 2013)

di Nicola Catenaro

giovedì 09 maggio 2013 alle 23:09

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