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«Salvata dalle macerie e poi dimenticata dallo Stato»

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Marta Valente oggi

Andrea, Aldo, Liberato, Antonella… Ricorda il nome dei suoi soccorritori uno ad uno. E di notte è perseguitata dagli incubi: il boato e poi le urla strazianti e i gemiti delle persone che non ce l’hanno fatta, inghiottite da cemento e mattoni nel palazzo di via Generale Francesco Rossi 22, venuto giù come burro (è in corso un procedimento penale per accertare le responsabilità del crollo) nonostante le rassicurazioni. Diciotto gli studenti che lì hanno perso la vita. Come le sue migliori amiche, Federica Moscardelli e Serena Scipione, e l’altra inquilina che condivideva con lei l’appartamento, Ivana Lannutti.

Ora però Marta Valente, la studentessa salvata dopo 23 ore trascorse sotto le macerie a L’Aquila, è una persona nuova. Un anno fa ha completato gli studi nell’ateneo del capoluogo abruzzese e si è laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti, la lode e una menzione speciale.

Marta e il padre

Subito dopo, ha vinto un dottorato di ricerca nella stessa università e trovato lavoro all’interno di una società consortile che gestisce in Abruzzo il Polo di innovazione del settore agroalimentare. Marta ha fatto tutto con le proprie forze. E ci è riuscita. Ma, a distanza di quasi tre anni dall’incubo del 6 aprile, denuncia: sono stata dimenticata dallo Stato. Malgrado il terremoto l’abbia danneggiata dentro e fuori, consegnandole tra i ricordi più cattivi una vasta e impressionante cicatrice sulla testa e la quasi totale insensibilità del piede sinistro, lei – come gli altri studenti fuori sede che a L’Aquila hanno lasciato la pelle o si sono salvati per miracolo e coloro che, pur lavorando all’interno del territorio colpito, non risultavano residenti – non gode, ironia della sorte, dello status di terremotata. «È stata data importanza alla ricostruzione delle prime e delle seconde case ma non alla ricostruzione personale di chi, come noi, ha subito danni realmente documentabili» dice a Corriere.it.

Dopo essere stata estratta dalle macerie, Marta è stata ricoverata in strutture ospedaliere per 102 giorni. Una volta uscita, ha dovuto pagare anche parte delle spese mediche e farmacologiche sostenute per i danni causati dal sisma. Non è stata mai risarcita per la perdita di tutti i suoi beni personali o per il calvario a cui da allora si sottopone, quotidianamente o periodicamente, tra sedute di fisioterapia e riabilitazione per recuperare il normale movimento delle gambe, interventi chirurgici per migliorare il danno estetico alla testa, terapie per metabolizzare lo choc subito a livello psicologico. Finora ha speso più di centomila euro per la propria “ricostruzione”. Le è stata riconosciuta un’invalidità del 75% ma, racconta lei stessa, «non essendo residente nei comuni del cosiddetto cratere, non ho avuto la possibilità di accedere alle agevolazioni concesse ai residenti, ad eccezione del contributo di 200 euro per autonoma sistemazione che, nel mio caso, è stata più che altro ospedaliera».

L'avvocato Tommaso Navarra

Marta ha preso carta e penna e, con l’aiuto del suo avvocato, Tommaso Navarra, ha scritto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo tutele per quei terremotati che la burocrazia ha dimenticato. «Non chiediamo elargizioni – spiega l’avvocato – vogliamo solo che chi è colpito da eventi naturali sia tutelato in qualche modo dalla comunità e soprattutto che la sua sofferenza morale, fisica e materiale venga riconosciuta». Due le risposte avute dal Capo dello Stato tramite la Prefettura di Teramo. La prima per dimostrare a Marta «solidale vicinanza» e la seconda per informarla che «questa sede – così si legge nella lettera del Segretariato Generale della Presidenza – ha provveduto a segnalare al Dipartimento della Protezione Civile quanto auspicato dalla stessa in ordine all’estensione di agevolazioni analoghe a quelle previste per i residenti nel territorio colpito dal sisma nonché ad iniziative volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone che hanno subito gravi lesioni personali». La lettera del Presidente della Repubblica è datata 29 settembre 2010. Da allora, racconta Marta, non sono arrivati segnali né dalla Protezione civile né dalla struttura commissariale o da altro ente e organo deputato a farlo.

Nicola Catenaro
Pubblicato il 22 marzo 2012 su Corriere.it
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Marta estratta viva dalle macerie e portata via in barella dai soccorritori

di Nicola Catenaro

venerdì 23 marzo 2012 alle 0:19

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