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Datemi una barca e vi solleverò il mondo

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Pasquale Perfetto ai Caraibi

Pasquale Perfetto, nato a Napoli ma residente a Giulianova, dove vive e gestisce lo chalet “Bagni Riviera” insieme alla moglie Maria Rosaria, ha un sogno: fare il giro del mondo in barca a vela. Non è un sogno difficile da realizzare, se non fosse che Pasquale vuole farlo in solitario.

Ed è caccia di sponsor. «Datemi una barca con il necessario per partire e io lo farò». Chi poteva immaginare che questo simpatico e robusto signore, tra una mozzarella di bufala e una ghiotta insalata servite sotto ampi gazebo di bambù, coltivasse un sogno del genere?

Non c’è da meravigliarsi: Pasquale Perfetto è l’uomo delle sorprese. L’amore per la vela e il mare aperto lo folgorano a trent’anni, quando a Guadalupe, nelle Antille francesi, la storia della sua vita lo vuole insegnante di karate, di cui è stato campione italiano ed ora maestro di IV dan. A Guadalupe divora le pagine di Bernard Moitessier, «il più famoso dei navigatori solitari», e sogna di partire, cullato dai ricordi del golfo di Napoli dove, bambino, rimaneva «incantato davanti allo spettacolo delle barche a vela».

Corre l’anno 1999 quando, finalmente, riesce ad avere una imbarcazione sua, un Ferretti Altura 33 del 1980, «uno scafo non giovanissimo ma affidabile» racconta Pasquale. L’avventura inizia però solo due anni dopo, nel mese di agosto 2001, quando il velista partenopeo, che ha compiuto 45 anni, decide di seguire le orme di Colombo in solitario. Parte da Giulianova, fa tappa a Napoli e poi via verso la Spagna e l’Oceano.

Lo segue via radio da Giulianova un altro velista esperto, Emilio Marcozzi (ma nella tranquilla cittadina costiera non è raro trovare uomini d’avventura, come per esempio Giuseppe Pompizii, per tutti “Pipi”, che l’Atlantico decise di attraversarlo, insieme ad altri amici tra i quali gli stessi Perfetto e Marcozzi, quando aveva più di sessanta anni), che da terra gli fornisce indicazioni sulla rotta e sul maltempo. Dopo una serie di peripezie ed un viaggio effettivo di quaranta giorni (venti ce ne sono voluti soltanto per toccare le coste di Martinica da Capo Verde, senza tappe intermedie), Pasquale Perfetto riesce a compiere l’impresa.

«Con la mia barca, l’Anahita, ho percorso in totale diecimila miglia», racconta oggi, «toccando le isole Baleari, Malaga, le Canarie, le isole Vergini, le Bermuda e le Azzorre. E incappando anche in qualche brutta disavventura». Come quando, all’inizio della traversata, in piena burrasca e con un vento di quaranta nodi, per tagliare una cima il “nostro” si procura accidentalmente una seria ferita alla gamba.

«È difficile», confessa oggi, «esprimere cosa mi passò per la testa in quel momento: paura, terrore, delusione, rabbia. In ogni modo la frittata era fatta. Presi un pezzo di cima e lo legai sulla parte superiore della ferita per fermare la fuoriuscita del sangue. Dopo averla tamponata in qualche modo, riordinai le idee e decisi che dovevo dirigermi al più presto, a motore, nel porto più vicino. Trascorsi sei ore ridotto in quelle condizioni con la paura di svenire. Nei pressi del porto di Los Cristianos di Tenerife, chiamai la Capitaneria via radio e gli descrissi le mie condizioni. Devo dire che sono stati molto celeri nel farmi trovare l’ambulanza al mio arrivo. Dovreste vedere che faccia hanno fatto quando, una volta sceso, con l’incerata tutta sporca di sangue, ho chiesto una cerveza…».

L’incidente non fa cambiare idea a Pasquale, che non ascolta chi tra gli amici lo invita a desistere dal suo proposito. «Mi sentivo in debito», dice, «con coloro che mi avevano aiutato a partire, economicamente e moralmente, e in questo modo mi avevano affidato una parte dei loro sogni. Com’è andata a finire? Il giorno dopo mia moglie era a Tenerife. Mi guardò negli occhi e, sapendo cosa mi passava per la testa, mi disse: vai, continua, realizza il tuo sogno perchè sono sicura che ci riuscirai». Il resto è storia nota.

Ma la storia non finisce qui. Un sogno tira l’altro: dopo aver fatto l’Atlantico in solitario, Pasquale Perfetto mira ora al giro del mondo. Da compiere naturalmente in perfetta solitudine. Un viaggio eccezionale, che il velista vuole fare passando per i tre capi: Capo di Buona Speranza (Sud Africa), Capo Leewin (Australia) e Capo Horn (Argentina). «Per ora questo è solo un sogno, che però in ogni momento è con me, come un orsacchiotto di peluche per un bambino. Intanto, mi consolo con dei palliativi tipo: la crociera del Sudamerica su una nave passeggeri. Non è stata la stessa cosa ma almeno mi ha dato l’idea di cosa significa passare Capo Horn con quaranta nodi di vento».

Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

domenica 13 febbraio 2011 alle 2:09

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