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«L’esperienza più strana? La radiografia a un pitone»

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Romina Di Costanzo

Romina Di Costanzo presidente Ordine dei veterinari teramani

Romina Di Costanzo, quando e come è nata la sua passione per la medicina veterinaria?

«Sembrerà una banalità, ma fare il veterinario era davvero il mio sogno di bambina».

Come è diventata medico veterinario?

«Intanto l’inizio è stato un po’ travagliato; non posso parlare di una vera opposizione da parte dei miei genitori ma mio padre fino all’ultimo ha cercato di convincermi a studiare medicina. Non ce la vedeva una figlia a fare un lavoro che per lui sembrava duro, pesante e forse ai suoi occhi non così prestigioso. Ha tuttavia capitolato di fronte alla mia fermezza e ha poi sopportato grandi sacrifici insieme a mia madre per mantenermi agli studi».

Qual è stato il suo percorso di studi?

«Ho frequentato i primi due anni a Teramo, quando la facoltà ancora non esisteva come la conosciamo oggi ma era una piccola succursale della facoltà di Medicina Veterinaria di Bologna. Poiché a Teramo era attivato solo il biennio, dopo due anni mi sono trasferita a Bologna dove mi sono laureata nel 1995 con una tesi sull’orso bruno marsicano».

Cosa ama in particolare di questa professione?

«Ho sempre amato e rispettato  gli animali e vissuto con partecipazione e trasporto le loro sofferenze. Tuttavia, non dimentico mai qual è il compito del medico veterinario».

Quale?

«La salvaguardia della salute pubblica. Cosa che, nel mio caso, passa per la cura degli animali da compagnia, che condividono la vita con noi, e la corretta informazione dei proprietari in merito alla prevenzione delle malattie che possono colpire i loro beniamini. Non trascurando mai quelle, per la verità poche, che costituiscono delle zoonosi (qualsiasi malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all’uomo, direttamente o indirettamente, ndr)».

Quanto è importante la corretta informazione?

«È importantissima per evitare che, a causa di messaggi ambigui o totalmente sbagliati, il nostro amico a quattro zampe venga considerato l’untore delle più svariate patologie insorgenti in ambito domestico».

Cani, gatti, canarini, perché non possiamo farne a meno?

«Gli animali domestici accompagnano l’uomo da millenni. Secondo alcuni studiosi la loro presenza, in particolare quella del cane, ha contribuito all’evoluzione della specie umana in un rapporto di reciproco interesse, quasi una simbiosi mutualistica».

Oggi è diverso?

«Oggi certe necessità sono venute meno e nella maggior parte dei casi l’uomo non ha più bisogno del cane per procacciarsi il cibo con la caccia o del gatto per tenere a bada i topi. Persiste tuttavia una attrazione quasi ancestrale per questi esseri viventi, la cui presenza ci dona piacere, gioia e tranquillità. Il fenomeno dal punto di vista della scienza è positivo e la presenza di animali domestici è un bene per l’uomo. Cosa diversa è ritenere necessaria la presenza di un animale senza considerare le prerogative di specie o trattandolo come il surrogato silente di un essere umano per colmare vuoti esistenziali».

Ma avere un animale in casa non significa un po’ tenerlo prigioniero?

«Se si tratta di un animale di cattura, ovvero un animale selvatico che, per il gusto di venire esibito, sia stato sottratto alla sua vita selvaggia e portato in casa nostra, risponderei non solo assolutamente di sì ma anche che si tratta di un reato. Se però parliamo di animali la cui domesticazione risale a migliaia di anni or sono e la cui vita si è perfettamente integrata con quella dell’uomo, tenderei a dire il contrario».

E dunque qual è il vero pericolo?

«Il vero pericolo per i nostri animali è piuttosto la tendenza comune nell’uomo ad antropomorfizzarli, ossia a considerarli degli umani senza rispettare prerogative di specie ed altrettanto spesso attitudini di razza. Per fare un esempio, un cane da caccia di media taglia come un beagle soffrirà probabilmente la ristretta vita casalinga più dell’imponente Alano, cane notoriamente pigro ed indolente».

Dialogare con gli animali in che modo e fino a che punto secondo lei è possibile?

«Naturalmente posso parlare esclusivamente per gli animali da compagnia, il settore della veterinaria di cui mi occupo. È indubbio che i nostri animali siano dotati di intelligenza e che siano in grado di comprendere gesti e suoni specialmente se familiari e quindi ripetitivi. I nostri amici a quattro zampe ci osservano continuamente e sono spesso in grado di decifrare non solo le nostre azioni ma anche i nostri stati d’animo. La maggior parte dei proprietari, quando parla del proprio animale, lo descrive non solo come intelligente, l’affermazione più ricorrente è che gli manca la parola; tuttavia non c’è presunzione in questa frase, con il tempo e la convivenza si instaura spesso con il proprio pet una grande sintonia che consente di interpretare ciascuno i gesti o i versi dell’altro».

Quali sono le precauzioni che più spesso vengono dimenticate quando si convive con un animale?

«Dal punto vista sanitario sono molte, tuttavia la prima precauzione è la prevenzione. Fate visitare regolarmente il vostro animale dal vostro veterinario. Mi preme sottolineare che il veterinario è un professionista qualificato in grado di consigliare il proprietario oltre che dal punto di vista strettamente sanitario anche dal punto di vista comportamentale ed alimentare. Persiste, soprattutto alle nostre latitudini, l’abitudine di affidarsi ai consigli di non meglio identificati esperti che dispensano suggerimenti anche di natura sanitaria. La conseguenza più frequente è peggiorare la condizione di partenza.  Ora il mio consiglio è di diffidare di costoro che, quando svolgono la stessa funzione in campo umano, vengono definiti abitualmente ciarlatani. Il vero ed unico esperto di animali è il veterinario».

Cosa dovrebbero fare di più per gli animali le amministrazioni comunali?

«I problemi legati agli animali da compagnia quali l’abbandono, il maltrattamento ed il randagismo, contrariamente a quanto si pensa, non sono ineluttabile conseguenza della nostra società o fenomeni che si possono solo arginare. Esistono realtà, anche in Italia, nelle quali il problema non esiste o si può considerare trascurabile dal punto di vista statistico. Ogni amministrazione alle prese con questo problema dovrebbe semplicemente guardare ad altre realtà più evolute da questo punto di vista ed applicare quanto ė stato già applicato ottenendo risultati».

Quali sono le soluzioni?

«Dal mio punto di vista le soluzioni sono semplici ed economicamente sostenibili: identificazione e sterilizzazione degli animali, controlli e pene certe per chi non si attiene alle leggi. Per quanto riguarda le strategie, mi piacerebbe vedere al tavolo delle pianificazioni i professionisti deputati tecnicamente a risolvere il problema, ossia i medici veterinari, rappresentati sia nella componente pubblica sia in quella privata, così coinvolgendo anche il mondo della libera professione».

Qual è stata l’esperienza più strana che ha dovuto affrontare nel corso della sua carriera?

«Fare una radiografia ad un pitone moluro di nome Adriana del peso di 25 chilogrammi che è entrato in clinica all’interno di un baule tipo isola dei pirati; ancora più incredibili erano però le facce degli altri clienti in sala d’attesa, suppongo immaginando cosa la cassa potesse contenere … (risate)».

Lei è stata rieletta di recente presidente dell’Ordine dei medici veterinari della provincia di Teramo. Lo considera un onore o è a tutti gli effetti un onere?

«In questo caso l’onore è un sentimento privato, l’onere è una responsabilità nei confronti di una collettività. In questo senso prevale ovviamente il secondo. Aggiungo un terzo sentimento, il piacere. Il piacere di condividere la strada, prima di tutto con i membri del Consiglio Direttivo ed in secondo luogo con gli altri iscritti. Il piacere di conoscere persone e professionalità che prima avevo avuto modo di frequentare solo superficialmente».

Ai giovani che vogliono fare la sua professione che suggerimenti darebbe?

«In questo momento storico l’offerta di medici veterinari è nettamente superiore alla domanda che il mercato richiede nonostante i molteplici incarichi che un medico veterinario può ricoprire. Consiglierei quindi di non seguire una generica passione per il mondo degli animali ma una più concreta passione per la scienza. Aggiungo un consiglio di natura generale: dal momento che il periodo non è favorevole, bisogna usare la fantasia, la programmazione, sia riscoprendo ruoli e spazi che col tempo la medicina veterinaria ha lasciato ad altre professioni, credendo che non fossero importanti, sia  provando a creare qualcosa di nuovo e puntando all’associazione con altri colleghi».

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata sul quotidiano “La Città” l’8 gennaio 2015

di Nicola Catenaro

venerdì 09 gennaio 2015 alle 10:50

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