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Chiarini, dall’Uomo Fiammifero al film con Cerami

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Marco Chiarini di mezzo profilo (foto di Gianluca Pisciaroli)

Il regista? «È la lente deformante attraverso cui vedere la realtà. Partendo dalla realtà e tornando alla realtà». La definizione è del regista teramano Marco Chiarini, che incontriamo in un caldissimo pomeriggio di inizio luglio. Bastano pochi minuti, mentre sorseggiamo un caffè, per capovolgere le parti: è lui che cerca di intervistarmi. Fatico non poco per cercare di divincolarmi dal fuoco di fila delle domande. Marco soffre di una curiosità (nei confronti della realtà che lo circonda) superiore a quella di qualsiasi cronista. La stessa curiosità che lo ha portato a girare un lungometraggio come “L’Uomo Fiammifero”, che qualche anno fa ha ottenuto due nomination ai David di Donatello come miglior opera prima e per i migliori effetti speciali visivi. Un film che è autentica poesia.

Marco Chiarini, partiamo da quello che sta facendo ora…

«La mia vita lavorativa si divide in due grandi macrocategorie. La prima: i lavori per campare. Per questo insegno all’Accademia di Belle Arti di Urbino, porto avanti laboratori di introduzione al linguaggio audiovisivo nelle scuole con il Cineforum e, infine, realizzo piccoli documentari, spot, video e lavori su commissione in ambito locale. E queste cose sono come un fiume che cammina da sé e che mi dà la possibilità di vivere. Poi ci sono i progetti legati al cinema, e quindi i lungometraggi, la cui gestazione può durare anche alcuni anni».

Marco Chiarini con il figlio Alberto sul Gran Sasso a girare un documentario

Quali i lungometraggi a cui ha lavorato di recente?

«Tra gli ultimi cito “I Fratelli Settimana”, scritto con il compianto Vincenzo Cerami, in fase ancora di sviluppo».

Che ricordo conserva di Vincenzo Cerami?

«Un ricordo bellissimo. Lavoravamo a casa sua, si cucinava e si mangiava assieme. Una volta mi disse: Marco, io ho paura di non stare dietro alle tue idee. Pensavo che stesse scherzando. Poi capii che era la sua forma mentis. Lui, un Premio Oscar, era completamente al servizio della storia a cui stavamo lavorando insieme a Pietro Albino Di Pasquale e Giovanni De Feo. La sua preoccupazione era che la storia potesse funzionare nonostante tutte le follie che a me venivano in mente».

 

 

Quali i progetti che sta portando avanti in questo momento?

«L’ultimissimo, a cui ho lavorato con Pietro Albino Di Pasquale, s’intitola “Tutti ex tranne uno” e vede riconfermata la squadra vincente dell’”Uomo Fiammifero” con l’aggiunta del musicista Paolo Di Sabatino, anche lui teramano come la maggior parte dei componenti dello staff. C’è infine un lavoro a cui sto dedicando grandi energie, insieme a Gianfranco Spitilli, sulla vita dei minatori abruzzesi in Belgio e sulle loro famiglie rimaste a vivere lì. S’intitola “La fine del mondo”».

Marco Chiarini con Giovanni Esposito (alla fine delle riprese di "Milano Underground")

Quanto è importante che ci sia una conoscenza con le persone con le quali si lavora?

«È centrale, è la conditio sine qua non. Che sia un video per la festa di un bambino o la pubblicità che deve andare in diretta durante il festival Sanremo, io ho sempre bisogno di condivisione e massima fiducia con persone che stimo e con le quali lavoro da tempo, meglio poi se con loro c’è anche comunanza di interessi e obiettivi artistici».

È un caso che ci siano tanti teramani nel gruppo con cui lavora?

«È un caso fortuito, certamente, ma anche molto fortunato. C’entra un po’ il fatto che oggi, grazie al digitale, il cinema lo puoi fare anche nella città dove vivi. E se puoi fare cinema nella tua città facilmente, girando magari da te un film con un gruppo di persone, è più facile che questa cosa influenzi le persone che vivono accanto a te e le spingano ad interessarsi delle cose che fai. In altri tempi sarebbe stato ad esempio molto più difficile che un Tonino Valerii o una Grazia Scuccimarra, una volta trasferitisi a Roma, potessero influenzare i loro conterranei. Resto però convinto che la componente fortuna prevalga sul resto».

Qual è stato il film che l’ha folgorata e le ha fatto capire che avrebbe fatto questo lavoro nella sua vita?

«Il film “I Goonies” prodotto da Steven Spielberg. E, subito dopo, i film di Terry Gilliam e Tim Burton, visti per  caso in una rassegna cinematografica insieme a una serie di film d’animazione. Un cinema basato molto sulla fantasia, più vicino a Méliès che ai fratelli Lumière. E poi alcuni mostri sacri mi hanno condizionato nella scelta».

Quali?

«Parlo di Chaplin, di Fellini. Quest’ultimo, in particolare, mi ha influenzato moltissimo all’inizio. Decisi che, se fossi riuscito a diventare un regista, lo avrei fatto come Fellini. Esattamente quel tipo di cinema lì. Devo ringraziare poi anche mia madre».

Perché?

«Fu lei ad acquistare, quando ero ragazzo, l’opera completa di Fellini che io,  semplicemente, divorai».

Quanto tempo ci vuole per produrre e girare un film e quanto costa?

«È un processo così complesso, un processo che richiede un grande sforzo per mettere insieme e far combaciare tantissime cose complicate e complesse. Un film si può girare anche con pochissimi soldi, in realtà le cose più costose sono il tempo che ci vuole per realizzare un film e la tenacia e la tensione, morale e artistica, che si devono impiegare. C’è bisogno di una grande forza interiore, rara da trovare dentro di sé, e di professionisti e amici fidati».

Ma le risorse si trovano?

«Le risorse si trovano perché i film continuano ad essere fatti. Accade quando riesci a convincere colui che dovrà finanziare il film che il tuo sogno lo farà guadagnare. In Usa lo hanno capito bene e creano il film come pretesto per il lucro successivo. Inventano cioè una storia attorno alla quale costruiscono la maggior parte dei guadagni che possono ricavarsi dalla vendita di cose legate a quella storia, ad esempio quaderni o diari scolastici, giochi, accessori eccetera».

Marco Chiarini con Nicola Nocella sul set di "Omero bello di nonna"

Un po’ quello che ha fatto per l’Uomo Fiammifero, con il libro che raccontava la storia servito a finanziare il lungometraggio.

«Esatto».

Il fatto che suo padre, Alberto Chiarini, fosse un artista l’ha influenzata?

«Mi ha condizionato moltissimo, in positivo naturalmente. Ho respirato questa atmosfera e ho condiviso questo sguardo e questa sensibilità sin da bambino. Stiamo preparando una mostra delle opere di mio padre di cui spero presto di poter fornire dettagli più precisi».

Cosa bisogna imparare prima di diventare un regista?

«Per girare un film basta una settimana, basta impadronirsi degli strumenti. Per dirigerlo, invece, si possono dover attendere anche dieci o quindici anni della propria vita. È una questione di esperienze, di dolori, di amori e di gioie che la vita ci riserva. Tutto questo finisce inevitabilmente nel tuo film o ne risente. Per dirigere un film, è una mia convinzione, bisogna vivere con difficoltà. Quella cosa in più che c’è in un film, nessuno l’ha mai insegnata né potrà mai essere insegnata. È nella tua vita».

Il suo sogno?

«Essere chiamato al telefono, mentre coltivo l’orto o riparo un trattore, da qualcuno che mi dice: Marco, porca miseria, vieni subito a Cannes, voci di corridoio dicono che il tuo film ha vinto la Palma d’oro… (risate)».

Soffre di mancanza di creatività?

«No, direi di no».

Soffre allora di eccesso di creatività?

«Forse sì. Eccesso di idee e di creatività, senza possibilità di potermi concentrare su una sola cosa per più di una settimana di seguito».

Un delirio?

«Un delirio».

 

CHI È

Marco Chiarini è nato a Teramo nel 1974. Dopo il diploma in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Urbino frequenta il corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove si diploma nel 2002. Gira numerosi corti e documentari e si interessa fortemente alla didattica dell’audiovisivo per scuole di ogni ordine e grado promuovendo e organizzando corsi di introduzione al linguaggio audiovisivo.

Nel 2003 vince il “Torino Sottodiciotto Film festival” dedicato ai prodotti audiovisivi delle scuole. Nel 2005 mette in piedi il festival “Cineramnia si gira a Teramo” (giunto alla 10^ edizione) di cui è direttore artistico insieme a Dimitri Bosi.  Nel 2010 esce al cinema “L’uomo fiammifero”, lungometraggio opera prima che ha ottenuto due nomination ai David di Donatello come miglior opera prima e migliori effetti speciali visivi (Ermanno di Nicola). Nel 2011 dirige il cortometraggio “Omero bello di nonna”, con Nicola Nocella e Isa Barzizza, all’interno del progetto PerFiducia promosso da Banca Intesa.

È in una squadra di lavoro a cui tiene molto e con cui realizza ogni creazione artistica, composta da Pietro Albino Di Pasquale (sceneggiatore), Dimitri Bosi (produttore), Ermanno Di Nicola (specialista effetti speciali, 3D), Lorenzo Loi (montatore), Gianni Chiarini (direttore della fotografia). Ha insegnato regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, attualmente è docente di Elementi di Produzione video all’Accademia di Belle Arti di Urbino.

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata sul quotidiano “La Città” il 10 luglio 2014

di Nicola Catenaro

venerdì 11 luglio 2014 alle 14:21

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