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D’Annunzio politico, l’inedito ritratto di Licio Di Biase

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La copertina del libro di Licio Di Biase

La breve stagione parlamentare di Gabriele D’Annunzio, tra la fine del 1897 e la metà del 1900, è al centro della ricerca che Licio Di Biase, storico pescarese, di recente ospite anche della rubrica del Tg2 “Achab”, ha racchiuso nel libro “L’onorevole d’Annunzio” (Ianieri, 2013, pp. 232, 16 euro), un lavoro interessante con il quale si offre una lettura, oltre che di carattere biografico e letterario, anche di natura politica del grande poeta. Di seguito pubblichiamo la prefazione che Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli italiani”, ha scritto per il libro.

Sul finire dell’Ottocento, caduto il governo di Francesco Crispi, l’Italia viveva un momento storico per certi aspetti analogo a quello odierno: un Paese lacerato da tensioni sociali alimentate dalla marea montante di aspettative presto disattese…

Fu allora che Gabriele d’Annunzio decise di candidarsi nelle file della destra per l’elezione a deputato nel collegio di Ortona a Mare. Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto scrisse al suo editore Emilio Treves sicuro della vittoria.

Io sono al di là della destra e della sinistra”, aveva scritto all’amico giornalista Luigi Lodi, “come al di là del bene e del male. Ho visto che qualche giornale mi rappresenta come candidato ministeriale di destra. Ma tu sai meglio d’ogni altro, che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso […]. Io sono un uomo della vita e non delle formule.” Con questi proclami, l’estate del 1897 lo vide impegnato in una lunga campagna elettorale in diverse località del collegio: preso com’era dalla voglia di domare la Bestia elettiva. Fece tappezzare ogni luogo in cui parlava con manifesti che riproducevano i titoli dei suoi libri, come se non ci fosse propaganda migliore di Il piacere o L’innocente, e sperimentò nei comizi il rito del colloquio con le moltitudini nel quale presto diventerà maestro. Un giovane Filippo Tommaso Martinetti, ancora lontano dal Manifesto del Futurismo, andò appositamente in Abruzzo per sentirlo parlare della confutazione del socialismo, “delle fantasticherie politiche, dei programmi poetici da tiranno”.

Il nuovo tribuno si impose all’attenzione nazionale – e non solo – con le parole pronunciate il 22 agosto a Pescara, nel discorso che venne definito della siepe, che assurse a simbolo della proprietà privata da difendere contro gli attacchi, sempre più agitati e rancorosi, dei socialisti. Nei suoi discorsi elettorali, d’Annunzio offre un’esaltazione mitologica, un’immagine abbagliante della grandezza della patria: costituita dalle sue opere d’arte, dalle sue rovine, dalle sue gesta, dall’antica Roma fino al Risorgimento e riassumibile nel concetto dell’Italia quale ornamento del mondo. Non è chiaro quanto i popolani che assistevano ai suoi comizi potessero comprendere i discorsi alati dell’uomo che dopo pochi anni, raccogliendo l’eredità di Giosuè Carducci sarebbe diventato il Vate d’Italia; ma stupisce ancora una volta la capacità dannunziana di precorrere i tempi nel giudicare gli uomini preposti al Governo incapaci di guidare il Paese e nel rivendicare per l’intellettuale un ruolo da protagonista nella scena politica e sociale.

Come ha fatto notare Ernesto Galli Della Loggia, la svolta dalla comunicazione politico-ideologica scritta alla comunicazione politica parlata, per cui d’Annunzio diventa un oratore politico in senso totale, inizia con la campagna elettorale del ’97 e arriverà a compimento quasi vent’anni dopo nel discorso di Quarto. Sarà con La Sagra dei Mille che d’Annunzio farà la sua grande entrata sulla scena politica, diventando un attore politico determinante nella mobilitazione interventista della piazza, le moltitudini.

Il percorso politico di d’Annunzio arriverà al suo apice, quando, senza sparare un solo colpo, conquisterà la città di Fiume. Lì, in pochi mesi, il poeta comandante avvierà un esperimento politico guardato con attenzione dai governi di mezzo mondo e che avrà come risultato più evidente la stesura della Carta del Carnaro: una costituzione che ancora oggi, quasi cent’anni dopo, fa impallidire molti testi costituzionali vigenti oggi nel mondo, per la sua apertura democratica e per l’avanzata spregiudicatezza di molti suoi assunti centrali.

Ma, torniamo al d’Annunzio di fine Ottocento, la cui corsa per un seggio alla Camera e la conseguente esperienza parlamentare è raccontata con puntiglio cronachistico e ricchezza di materiali da Licio Di Biase nelle pagine di questo bel volume, utile alla conoscenza del poeta. Il candidato della Bellezza, eletto con 1429 voti contro i 1259 dell’avversario Carlo Altobelli, risponderà a chi lo accusa di assenteismo che lui fa politica “nel più puro significato della parola”, mantenendo “vivo il culto della lingua”. E poi: “Un giorno, il popolo d’Italia, quando ritornerà alla reverenza delle cose intellettuali, mi terrà conto dell’aver rivelato al di là dei confini – in un tempo di abiezione e di sconforto – che ancora la letteratura italiana esiste, che ancora la grande e benedetta lingua italiana esiste.”  Nessuno può smentirlo.

Giordano Bruno Guerri

di Redazione

domenica 27 Ottobre 2013 alle 22:54

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