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«La danza è una terapia che avvicina all’infinito»

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Eleonora Coccagna

Eleonora Coccagna

I successi come danzatrice in Italia e successivamente in Germania, le esperienze come coreografa e docente, la frenetica attività di organizzatrice di eventi e, più di recente, la direzione di ACS Abruzzo Circuito Spettacolo. Eleonora Coccagna è fiera delle tante cose fatte e, soprattutto, della sua ultima creatura: una realtà importante, riconosciuta e finanziata dal Ministero per i beni culturali per il settore danza, che distribuisce e promuove spettacoli dal vivo nel territorio abruzzese e molisano abbracciando anche musica e teatro. Il progetto ACS nasce in seno al Teatro Spazio Electa, unico centro regionale di residenze stabili per la danza, la cui insegna gigante è nota non solo ai teramani che gettano lo sguardo sulla collina di Colleparco attraversando ponte San Gabriele, ma anche a tutti i coreografi, i ballerini, gli attori, i musicisti e gli spettatori dei tanti eventi che lo spazio in questi anni ha ospitato.

Eleonora Coccagna è anche l’ideatrice di “Interferenze”, festival di danza urbana giunto quest’anno alla decima edizione. In una di queste, piazzò un enorme cubo al centro di piazza Martiri, a Teramo, e raccolse idee per la cultura da parte di cittadini e artisti di passaggio. Con ACS, tra gli ultimi spettacoli, ha presentato “TeramOpera”, stagione lirica estiva con due appuntamenti d’eccezione nel cuore della città: “La Traviata” di Giuseppe Verdi e “Tosca” di Giacomo Puccini, che andranno in scena il 18 e il 20 luglio in piazza Sant’Anna, alle ore 21.

Ha iniziato la sua attività aprendo una scuola di danza. Ha mai immaginato che i suoi inizi potessero essere diversi?

«No, ho sempre immaginato di fare quello che faccio. Ho aperto una scuola di danza per caso, quando sono tornata dalla Germania, nel 2001,  ma poi ho scoperto che la scuola non era per me. Non perché non andasse bene, anzi era una risposta incredibile sul territorio e ancora adesso molti pensano che io abbia una scuola di danza.. ».

La sua scuola si è subito trasformata in qualcosa di diverso?

«Sì, e oggi è ufficialmente circuito di distribuzione di spettacoli di danza per la regione Abruzzo, il che vuol dire che per la prima volta in assoluto esiste un circuito per la danza in Abruzzo».

Un riconoscimento che le viene da…?

«Dal Mibact, il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo. Si tratta di un riconoscimento che vale per sempre e che, in qualche modo, va ad identificare una realtà che è delegata a questo in una determinata regione. In Italia, ci sono più o meno dodici circuiti, non tutte le regioni ce l’hanno».

Performance all'interno di una delle ultime edizioni di"Interferenze"

Performance all’interno di una delle edizioni di”Interferenze”

Tutto è partito dalla danza. Ma la danza per lei cos’è?

«La danza è una terapia, per me è sempre stata una terapia. Sono diventata danzatrice perché danzare mi faceva star bene. E ritengo anche oggi che danzare sia un modo per avvicinarsi all’infinito, non so come dire, a qualcosa che è intangibile e che ti fa stare bene, come un tramonto o qualsiasi cosa di questo tipo».

Ora che non danza più, come cerca quelle sensazioni?

«Adesso le cerco entrando in sala a vedere gli spettacoli ma ammetto di avere sempre meno tempo anche per fare questo. Io gli spettacoli li distribuisco e posso assicurare che sono davvero tanti (risate)… Tuttavia la cosa che amo di più resta proprio quella di entrare in teatro e farmi una sana risata o un sano pianto».

Quando iniziò a danzare?

«A quattro anni ballavo pur non avendo parenti o genitori che facevano questa cosa. Dopodiché, mia madre mi iscrisse alla scuola di danza di Liliana Merlo. Da quel momento non ho più abbandonato la danza che, grazie a Dio, ha fatto parte della mia vita ed è stata la mia professione. Sono stata anche molto fortunata nella mia carriera e quando ho smesso, l’ho fatto con una grande soddisfazione per quello che avevo avuto, sempre grandi parti che tra l’altro pensavo di non meritare. La danza mi ha regalato molto più di quanto mi aspettassi».

Eleonora mentre danza sul palco (alcuni anni fa)

Eleonora mentre danza sul palco (alcuni anni fa)

I ricordi più intensi del suo passato di danzatrice?

«La consapevolezza del corpo. Chi danza ha la consapevolezza di ogni muscolo del proprio corpo e si sente vivo anche per via del dolore che prova ogni mattina quando si sveglia. Il dolore dei muscoli è atroce, però ti fa sentire vivo. Io oggi non avverto più quel dolore e non sento più, con la stessa intensità di allora, le parti del mio corpo. È una sensazione strana e un po’ mi manca».

Quali spettacoli ricorda di più di quelli che ha portato sul palcoscenico?

«Sicuramente un balletto a Rieti, l’ultima cosa che ho fatto in Italia prima di andare all’estero, sul tema della pazzia. Avevo una camicia di forza, quindi non potevo utilizzare le braccia. Con quel balletto ho vinto il premio, uno dei più ambiti in Italia, collegato al Festival di Rieti. E ho conosciuto, per caso su Internet, Simona  Atzori, ballerina senza braccia. Per me fu anche il passaggio dall’esperienza del corpo di ballo a quella di solista. Poi da lì sono andata in Germania».

In Germania com’è andata?

«Un’esperienza fantastica. Tra le produzioni quella che ricordo di più forse è la favola di “Peer Gynt”, in cui svolgevo il ruolo principale di Solveig. Un ruolo di grande responsabilità, che mi ha fatto vivere emozioni incredibili. C’erano l’orchestra e il palcoscenico che ruotava mentre ballavo, cose da piangere tutte le notti, perché poi, tra l’altro, ero molto ansiosa quando danzavo… Il personaggio di Solveig, mi dato tantissimo: una donna che perde il suo uomo e attraversa tutta le fasi della vita, dalla gioventù alla vecchiaia, un ruolo veramente completo».

Parliamo di Teatro Spazio Electa, il luogo in cui ha sede Abruzzo Circuito Spettacolo. Che definizione ne darebbe?

«Uno spazio conosciuto in tutta Italia, con oltre trenta residenze artistiche l’anno. Si tratta di eventi in cui coreografi provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa si stabiliscono qui, per una settimana o due, allo scopo di realizzare le proprie creazioni. Un work in progress che noi spesso apriamo al pubblico».

Di cosa vive questo luogo?

«Vive di arte ma si sostiene con finanziamenti ministeriali e regionali e spettacoli a pagamento».

Cosa l’ha portata a ideare il festival “Interferenze”?

«L’esigenza di avvicinarmi al pubblico, di far tornare la gente in teatro, di ambientare performance in contesti urbani. Quest’anno siamo alla decima edizione. Stiamo cercando di far sopravvivere il festival perché il Ministero ha deciso di non finanziare più la danza urbana. Siamo tuttora in cerca di uno spazio che ci consenta di ospitare il festival senza sostenere costi eccessivi».

Organizzare eventi con sempre meno finanziamenti è un disastro, o no?

«Forse sì, ma anche un’opportunità per dare più spazio alle idee».

di Nicola Catenaro

lunedì 13 luglio 2015 alle 8:15

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