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L’avvocato “velista” che gareggia solo in serie A

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Sergio Quirino Valente

Sergio Quirino Valente

Non è Sergio Valente il parrucchiere delle dive, scherza lui, ma Sergio Quirino Valente. Avvocato di quarta generazione: padre avvocato, nonno idem, persino il bisnonno esercitava la professione. “Avvocato velista” si definisce, ma è sempre la sua vena ironica a farla da padrone. Grande organizzatore, ha tre passioni fondamentali: la legge (di cui vive), lo sport e la musica.

Sergio Quirino Valente, iniziamo dall’uomo di legge. Come è diventato avvocato?

«Devo dirle la verità: nella mia testa non dovevo fare l’avvocato. Mio padre, per sua passione, mi aveva indirizzato verso due strade: la musica e gli studi di giurisprudenza. Così mi diplomai in pianoforte e mi laureai in legge. Ma la mia vita era la musica. E io onestamente pensavo che avrei fatto il musicista. A venticinque anni, però, mio padre morì e la mia vita cambiò. Rimasi con mio zio, anche lui avvocato. Ma sentii ugualmente una grande responsabilità sulle spalle. Era il 1980. Da lì è iniziata la mia carriera».

Sergio Quirino Valente in studio

Sergio Quirino Valente in studio

Un giovane avvocato specializzato in cosa? Civile? Penale?

«A quei tempi, ad essere sinceri, non c’erano queste distinzioni. Come il medico condotto c’era l’avvocato condotto, se così si può dire, che si occupava di tutto, civile, penale, amministrativo, tutto quello che c’era da fare… ma questa cosa non durò molto».

Perché non durò molto?

«Perché capii che se avessi fatto tutto, non avrei fatto niente».

Folgorato sulla via di Damasco da cosa?

«Dall’incontro che ebbi con Pietro Scibilia (scomparso due anni fa, ndr). Un incontro fortunato tra un giovanissimo avvocato, avevo appena ventisette anni, e un imprenditore che era all’apice della sua carriera. A lui serviva un avvocato, veloce e pratico, che facesse parecchi chilometri. E io entrai da un giorno all’altro nel mondo del ciclismo».

Parliamo della Gis Gelati, giusto?

«Gruppo sportivo della Gis Gelati, che Scibilia sponsorizzava e gestiva». 

Chi fu per lei?

«Non certo una figura paterna, ma un grande maestro. Ancora oggi mi chiedo se sia stato un segno divino a farmelo incontrare subito dopo aver perso mio padre».

Dall'archivio spunta una foto di Ayrton Senna con un giovane Sergio Valente accanto all'imprenditore Pietro Scibilia

Dall’archivio spunta una foto di Ayrton Senna con un giovane Sergio Valente accanto all’imprenditore Pietro Scibilia

Lei aveva bisogno di un maestro?

«Come tutti i ragazzi a quell’età. E spesso, per crescere, i maestri sono fondamentali. Ancor più dei genitori. Un padre perdona e tollera tutto, un maestro ti guida e ti insegna a non ripetere gli errori. Soprattutto ti mette davanti a una serie di responsabilità che non ti saresti mai assunto se avessi avuto tuo padre alle spalle».

Quali responsabilità si assunse con Scibilia?

«Mi fece subito occupare di cose più grandi di me. Per esempio i contratti dei ciclisti. La sensazione che provai fu di non sapere neanche da dove iniziare. Poi, pian piano, imparai e cominciai a muovermi. Partecipai a diversi Giri d’Italia e a un paio di Tour de France. Facevo il mio lavoro in maniera quasi scientifica».

Paura di sbagliare?

«Non so, in realtà avevo bisogno di Scibilia più di quanto lui avesse bisogno di me. Non volevo tornare a fare l’avvocato in una terra che non ha mai offerto molte prospettive ai professionisti, parlo di Teramo e forse dell’intero Abruzzo».

E il suo studio?

«Mi resi conto che lo studio doveva continuare la sua attività tradizionale. Così mi circondai di bravi collaboratori e iniziai ad organizzarlo come un’azienda. Io ne ero e ne sono tuttora il rappresentante ma la mia presenza non è necessaria sempre. Mi basta essere qui ogni mattina alle sette e organizzare le attività in modo che vadano nella direzione in cui devono andare».

Considera la delega il pregio di un manager o di un imprenditore?

«La delega è fondamentale nell’organizzazione di una realtà complessa. Riconosco però di aver avuto grande fiuto nel trovare delle persone brave, intelligenti e fedeli che mi hanno accompagnato in questo percorso».

L'avvocato Valente davanti al suo studio a Teramo

L’avvocato Valente davanti al suo studio a Teramo

Torniamo al ciclismo. Lei aveva ventisette anni e curava i contratti dei campioni. Quali?

«De Vlaeminck, Saronni, Moser. I campioni. Colloquiavo con loro, ebbi un rapporto privilegiato con il gotha del ciclismo sin dall’inizio. È nata così la mia specializzazione in diritto sportivo, che in quegli anni nessuno sapeva cosa fosse. Bellissima esperienza e grandi conoscenze».

Dopo il ciclismo Scibilia puntò al calcio, che lo aveva già visto presidente del Giulianova.

«Già, e non comprò una squadretta qualunque. Acquistò il Pescara, tra il 1987 e il 1988, e io fui scaraventato in serie A. Anche in  quel caso ebbi la fortuna di entrare subito nella massima serie. Blaž Slišković, Leo Júnior, Giovanni Galeone. Erano quegli anni lì. Trascorrevo la settimana in studio e il fine settimana, venerdì, sabato e domenica in giro a seguire le partite. È stato così per anni. Scibilia si fidava moltissimo di me e mi diede praticamente mano libera. Le parti si erano quasi invertite rispetto alla fase in cui ero io ad aver bisogno di lui».

Qual era il pregio migliore di Scibilia?

«Era un uomo dalle grandissime capacità ma, se dovessi dire qual era la sua caratteristica, direi l’irrequietezza. Era un uomo irrequieto e la sua irrequietezza era votata all’ambizione».

E di lei cosa apprezzava Scibilia?

«Immagino la capacità di risolvere problemi, applicando anche molta diplomazia».

Ricorda qualche episodio particolare?

«Tanti, innumerevoli. Dalla tappa di Moser a Capua, dove mi dovetti precipitare per tamponare una situazione che poi si risolse bene, alle tensioni nello spogliatoio durante le partite di serie A. Ma lo sport è così».

Valente impegnato in una regata

Valente impegnato in una regata

Avverte qualche rammarico se torna indietro a quegli anni?

«No, assolutamente, ma è stato un po’ triste vedere invecchiare l’uomo Scibilia. Mi fece capire, in qualche modo, che dovevo invecchiare anche io. Fu un maestro anche in questo».

Nello sport si occupò solo di ciclismo e calcio con Scibilia oppure ebbe altre esperienze?«Altre, certo, e vissute parallelamente. L’automobilismo, per esempio, con il pilota Gabriele Tarquini».

Come avvenne l’incontro?

«Tarquini era abruzzese e correva con i kart, era fortissimo e vinceva tutto. Io ero abruzzese e mi occupavo di sport a livello nazionale. Fu un incontro naturale. E così entrai anche nel mondo della Formula Uno».

Ma lei ora ha smesso di occuparsi di sport?

«Ho smesso di occuparmi di sport per gli altri. Ora lo faccio per me».

Vela?

«Vela». 

Con ottimi risultati, vedo.

«Sono soddisfatto. Una volta ero un buon velista e la passione mi è tornata. Ho avuto anche fortuna a organizzare una buona squadra di ragazzi in gamba».

Armatore dell'anno nel 2013

Armatore dell’anno nel 2013

Un po’ come l’organizzazione del suo studio. Non sarà che lei è bravo in questo, ad organizzare?

«Mi è sempre piaciuto e mi riesce piuttosto bene».

E crede nei giovani.

«I giovani di oggi sono bravissimi, sono molto ma molto avanti. Nel mio studio ne sono entrati da poco due che sono anche i miei nipoti: Stefano Franchi, che si occupa di penale, e Francesco Saverio Franchi, che si occupa di civile. Sono fratelli, i figli di mia sorella Marina, sono loro che gestiscono ora lo studio tradizionale». 

… mentre lei  vince regate?

«Lo studio resta il mio interesse principale. La vela è una passione. Anche il Coni se n’è accorto e mi premierà tra qualche giorno come dirigente e come atleta. Pensa te, atleta a sessant’anni…»

 

CHI È

Sergio Quirino Valente e la passione per la vela

Sergio Quirino Valente e la passione per la vela

Nato a Teramo il 2 febbraio 1954 da Alberto (avvocato) e Maria Fiorella Montani. Conclude gli studi classici in città e in parallelo frequenta il locale Liceo Musicale. Da giovane pratica vela, rugby e calcio a livello dilettantistico, coltivando la passione per la musica e suonando in alcune band. Laureato in giurisprudenza, a causa della prematura scomparsa del padre (1980) svolge a tempo pieno la professione forense divenendo nel tempo avvocato abilitato alle Magistrature Superiori, membro per 13 anni del Consiglio dell’Ordine e componente del Consiglio Distrettuale Regionale di recente formazione. In carriera approfondisce importanti esperienze nel mondo della dirigenza e del diritto sportivo nazionale e internazionale, grazie alla conoscenza del commendatore Pietro Scibilia, noto industriale. Si dedica infatti al ciclismo (GIS gelati 1980/1987), al calcio con il Pescara e altre Società (1988/2004), automobilismo in Formula 1 con il pilota abruzzese Gabriele Tarquini (1889/1995). Dal 2005 inizia una nuova avventura personale, come velista, che lo condurrà a vincere il Campionato Italiano assoluto di Vela d’Altura nel 2013 e 2014; il titolo di Armatore dell’anno 2013 e un podio (3°) al Campionato Europeo del 2010. Nel 2014 è stato premiato dal CONI con la medaglia di bronzo al valore atletico e la stella di bronzo al merito sportivo. Attualmente è membro del Tribunale federale nazionale – sezione disciplinare presso la FIGC (calcio) e Consigliere dell’UVAI (vela).

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata sul quotidiano “La Città” l’11 dicembre 2014

 

di Nicola Catenaro

venerdì 12 dicembre 2014 alle 10:24

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