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L’architettura è un sogno grande ventimila metri quadri

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Alessandro Spitilli (foto di Luca Lomazzi)

Lo confesso : non conoscevo Alessandro Spitilli (in verità conosco da sempre suo fratello Gianfranco, l’antropologo) e non sapevo che, nella cerchia non troppo ampia degli architetti italiani che si stanno facendo notare in Francia a fianco di grandi progettisti, c’è anche lui.

Alessando è preciso, per lui le parole valgono il significato che valgono. E servono a chi le pronuncia per non tralasciare nulla di sè, anche se costrette nella necessaria e sintetica economia di un servizio giornalistico. Considerate dunque la conversazione che  segue una specie di autointervista coordinata alla meglio da chi scrive. 

Alessandro, quando è nata la sua passione per l’architettura?

«Da sempre. Mia madre è insegnante di storia dell’arte e pittrice e suo padre, Pasquale Fabbri, era un uomo di cultura, scrittore, scenografo, pittore, scultore, e ha disegnato la villa di famiglia a Tortoreto Lido, dove ho passato lunghe estati. Ma l’architettura unisce l’arte al calcolo e mio padre è uno dei più grandi contabili del mondo! (scherza riferendosi alla meticolosità del genitore). Mio fratello maggiore Gianfranco, oggi antropologo, al liceo disegnava a mano progetti di architetture folli e incredibili per nottate intere. Devo qualcosa anche al mio caro amico d’infanzia estiva Simone Gambacorta. Suo padre, architetto, veniva sempre a trovarlo il giorno del suo compleanno. Era un evento che per me assumeva una connotazione quasi mitica. Simone era molto legato a lui, e mi trasmetteva questo legame parlandomi della professione del padre. Credo che questo abbia silenziosamente contribuito alla mia scelta».

Che percorso ha seguito per diventare architetto?

«Un percorso complicato. Mi sono formato allo IUAV, la facoltà di Architettura di Venezia, in un corso di laurea che oggi non esiste più. Si chiamava Storia e Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali, e forniva una preparazione che definirei tra l’esperto di recupero e restauro di edifici e lo storico dell’architettura. Nel 2001 ho aderito al progetto Erasmus e ho passato un anno nella capitale francese. E nel 2004, dopo la laurea veneziana, sono tornato a Parigi, iscrivendomi all’Ecole Nationale Supérieure d’Architecture de Paris La Villette, dove sono diventato architetto nel 2007. Aver approfittato delle formazioni di Italia e Francia è stata una fortuna per me. Da un lato la teoria, la densità culturale, il metodo scientifico; dall’altro la mobilità e l’improvvisazione, il pragmatismo e la convinzione delle proprie idee».

Quali sono stati i suoi maestri?

«Il mio più grande maestro è stata Fulvia Celommi, professoressa di lettere a Teramo e cara amica di mia madre. Era una persona incredibile. I suoi discorsi e i suoi fondamenti erano così densi da avermi dato delle chiavi di lettura generali formidabili. Parlo di chiavi universali, del significato della cultura, della poesia, e della creazione nel cuore stesso della vita. Ho sofferto molto quando è venuta a mancare. Tutta la comunità, senza saperlo, ne ha sofferto. All’università è stato Cristiano Tessari. Un personaggio particolare, di un’intelligenza e una cultura fuori dal comune. Le sue lezioni erano per me una sorta di bisogno, e ne rimanevo affascinato. Mi ha fatto innamorare dell’architettura contemporanea e soprattutto medioevale. E mi ha dato una capacità critica e analitica preziosissima nei confronti del costruito. Professionalmente devo molto a Paul Andreu, l’architetto per cui lavoro ora. Paul è uno degi architetti francesi più conosciuti all’estero. E nonostante questo è una persona semplice, autentica e accessibile».

Come è approdato in Francia?

«Con il progetto Eramus. È stato quasi per caso, o per gioco, ma stavo cambiando la mia vita senza saperlo. Ricordo di aver fatto domanda con una certa sufficienza e leggerezza. E invece…».

Quando ha capito che non sarebbe tornato in Italia?

«L’Erasmus è un’esperienza destabilizzante. Ha minato le mie certezze. Il contatto con la diversità mi ha trasformato, anche fisicamente. Al mio ritorno a Venezia mi sono trovato spaesato, e ho capito che non potevo più tornare indietro».

Cosa spinge secondo lei un italiano a lasciare il proprio Paese? Un’occasione di vita migliore o un rancore lievemente insopportabile nei confronti di quello che dall’Italia non si riceve?

«Per me, nessuna delle due. Io sono partito per semplice curiosità. La diversità è una cosa che mi affascina. All’inizio se ne ha paura, ma la si assimila rapidamente e con naturalezza. E un esercizio faticoso, ma anche un arricchimento. A volte cedo alla tentazione di parlare male dell’Italia, ma me ne pento subito. Sto scoprendo di essere legato alla mia terra da una forza insostituibile e misteriosa. Ed è grazie alla consapevolezza delle mie origini che do un senso alla mia esperienza d’oltralpe. Un sensuale paradosso…».

Quali sono state le soddisfazioni più belle del suo percorso professionale all’estero?

«Ho avuto la fortuna di lavorare per architetti e progetti interessantissimi, soprattutto edifici pubblici (sale concerti, grattacieli, alberghi, uffici, centri commerciali, musei). Ho lavorato sia in grandi studi che in realtà più ridotte, e tutti hanno aggiunto preziose esperienze al mio lavoro. Christian De Portzamparc, con cui ho iniziato la mia carriera, Vincent Parreira e Antonio Virga, con i quali sono cresciuto, e Richez Associés e Paul Andreu, l’esperienza più significativa. Ma la cosa che considero come una magica congiunzione astrale è vedere già realizzati dei progetti a cui ho partecipato».

Foto della Cité Municipale © Richez_Associés - Paul Andreu architecte paris

Che vuol dire?

«Trasformare la realtà come risultato di anni di disegni, riflessioni e idee è una sensazione unica, la più importante per un architetto. Non ho la paternità di quei progetti, ma ho sempre considerato i miei incarichi come un onore. L’ultimo e più importante è la Cité Municipale di Bordeaux, edificio di circa ventimila metri quadrati destinato ad accorpare diversi servizi dell’amministrazione comunale bordolese, di cui sono stato capo progetto in tutte le sue fasi, dalla sua creazione nell’ambito del concorso, fino al cantiere e alla consegna, avvenuta nel luglio scorso».

Cosa le manca dell’Italia (dal lato umano e professionale)?

«La luce e il modo di ridere, la facilità di comunicazione che ho con gli italiani è ineguagliabile. Confesso che mi piacerebbe realizzare un progetto in Italia».

Ha mai pensato all’Aquila e alla sua ricostruzione? Lei da dove inizierebbe oggi e cosa non avrebbe mai fatto?

«Non mi sono interessato professionalmente alla ricostruzione, per ovvie ragioni, e non posso giudicare quello che è stato fatto. Preferisco parlare di quello che avrei fatto. Avrei chiamato sei architetti protagonisti del dibattito contemporaneo internazionale, li avrei impregnati della sofferenza dei cittadini, delle vittime e degli edifici. Li avrei pagati per partecipare ad un concorso di analisi, idee e ricostruzione su larga scala. Ne avrei scelto uno, e avrei istituito un programma esecutivo facendo partecipare il più possibile professionisti e imprese locali. Non solo tecnici del costruito».

Se tornasse in Italia, in quale città si stabilirebbe e per quale ragione?

«Suppongo a Roma, per ragioni affettive, e perché è la città più bella del mondo. Magari in un appartamento con vista sulla piazza del Pantheon, la piazza più bella del mondo. Lo farei anche per stare vicino al Gran Sasso. Ma sono anche molto affascinato da Genova e Catania».

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata sul quotidiano “La Città” del 16 ottobre 2014

di Nicola Catenaro

venerdì 17 ottobre 2014 alle 0:00

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