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L’arte che tramuta i pastori in cowboys

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Maurizio Anselmi

Ama gli angoli nascosti della montagna abruzzese, che ha girato in lungo e in largo a caccia di inquadrature. E ama soprattutto i personaggi che vi abitano, i quali nel suo obiettivo appaiono più simili a cowboys americani che a pastori italiani. Ritratti che sembrano dipinti e che l’”Hasselblad Bulletin”, la rivista online della più importante azienda mondiale di macchine fotografiche d’alta qualità, ha deciso di pubblicare nell’ultimo numero. Un bel riconoscimento per Maurizio Anselmi, il fotografo artista che più di tutti conosce paesaggi e gente del Gran Sasso. Per lavoro e per passione. Due elementi che costellano una lunga carriera svolta con dedizione cercando (e riuscendo nell’intento) di stare alla larga da matrimoni e cerimonie, l’attività che di solito i fotografi di professione svolgono per necessità.

Maurizio Anselmi, fotografo per scelta o per necessità?

«Ho frequentato il liceo artistico a Teramo e mi sono diplomato nel 1975. Poi ho fatto un anno a Firenze all’Isia, l’istituto superiore di industrie artistiche, ma non mi convinceva molto. Così mi sono trasferito al Dams, a Bologna, e da lì è iniziato il mio percorso che ha messo al centro la fotografia con un taglio prettamente antropologico».

Uno dei pastori fotografati da Maurizio Anselmi

La fotografia diventa arte quando?

«La fotografia è uno strumento, come una penna o un computer. È l’utilizzo che se ne fa a rendere possibile che sia qualcos’altro. Uno strumento artistico, appunto, o di denuncia o di comunicazione. Anche una fototessera è fotografia, se ci pensiamo, ma è cosa ben diversa da un’immagine di McCurry o di Salgado».

Qual è la fotografia che più le interessa?

«Occorre premettere che io sono un fotografo, cioè vivo facendo fotografia. Necessariamente, sono costretto a guardarmi intorno a 360 gradi. Mi occupo quindi di tante cose, in particolare di fotografia pubblicitaria. Parallelamente, porto avanti la mia ricerca personale che il più delle volte con il lavoro non c’entra nulla essendo legata a una sensibilità individuale e alla possibilità di esprimermi in maniera più creativa. Diventa un modo, in definitiva, per essere più me stesso».

Dunque, le “fotografie” in cui spazia nella sua ricerca quali sono?

«Una è la stage photography, quella fotografia che io realizzo tecnicamente dalle mie idee e che costruisco in location specifiche o in studio creando ambienti e modelli, utilizzando attori e intervenendo già in una fase progettuale. E poi c’è quella più direttamente antropologica, che consiste nel ritrarre persone. Il progetto dei pastori nasce dal’esigenza di trovare un  rapporto tra fotografia e paesaggio».

Altri ritratti di gente del Parco eseguiti da Anselmi

Il progetto dei pastori come è nato?

«È l’evoluzione di un discorso iniziato molto tempo fa, nel corso della mia esperienza come fotografo ufficiale del Parco Gran Sasso e Monti della Laga. Ho fotografato quel territorio in lungo e in largo e poi ho avuto l’esigenza, nell’ambito del mio interesse per la ritrattistica, di contattare le persone che in quell’area vivono e operano. Ho iniziato con i pastori ma il mio è un work in progress, quindi penso di continuare coinvolgendo altre categorie come ad esempio gli artigiani».

Perché ha scelto la fotografia e non un’altra arte?

«Sin dal liceo artistico, ho avuto conferma delle mie attitudini artistiche. Con il limite, tuttavia, di non avere la dote di saper disegnare. Ho iniziato a cercare altre tecniche per esprimermi e ho trovato la fotografia».

Il suo percorso per imparare la tecnica?

«Al Dams ho seguito un corso di studi legato principalmente alla fotografia con il professor Italo Zannier, corso che poi mi ha aperto le porte al mondo del lavoro. Prima a Milano e Roma, collaborando in alcune agenzie pubblicitarie. Poi in Abruzzo dove, una volta tornato, ho iniziato a tutti gli effetti il mestiere di fotografo».

Come si impara a fotografare?

«L’approccio con la fotografia, oggi, è totalmente diverso da quello che avevamo noi che abbiamo iniziato vent’anni fa. Il passaggio dall’analogico al digitale ha completamente stravolto l’uso della fotografia e il suo utilizzo. All’epoca, per fare fotografia, dovevi necessariamente rivolgerti a un professionista. Si lavorava con le pellicole, estremamente complicate da utilizzare. Non tutti potevano farlo. Oggi, con il digitale, tutto questo non è necessario».

Cos’è cambiato in particolare?

«La differenza è innanzitutto la cultura fotografica, fondamentale, e poi il progetto. Ciò che differenzia il fotografo dall’amatore è la progettualità oltre alla capacità tecnica di risolvere problematiche ogni volta completamente diverse».

Maurizio Anselmi nel suo studio durante l'intervista

Analogico o digitale? Cosa sceglierebbe se potesse?

«Oggi è impensabile parlare di analogico, soprattutto perché le pellicole di fatto non esistono più…».

Sì, ma l’analogico era meglio o peggio?

«Preferisco il digitale. Chi azzarda il paragone dimentica che l’analogico necessita di una selezione e di una scansione dell’immagine di cui il digitale non ha bisogno. Oggi chi scatta una foto ha direttamente il file dell’immagine. Qualcosa di totalmente diverso».

I suoi ritratti assomigliano a dipinti. Sembrano qualcosa di diverso dalla riproduzione della realtà…

«È una tecnica. S’impara, è la cosiddetta post produzione. Quando scatto, utilizzo la luce. E non si tratta della luce del piccolo flash posizionato sulle macchine fotografiche che tutti usano. È un effetto voluto, ovviamente, e fa parte anch’esso degli strumenti di comunicazione delle emozioni che un fotografo utilizza».

 

CHI È

Nato a Teramo nel 1957, Maurizio Anselmi si laurea al D.A.M.S. di Bologna. Negli anni  ‘80 inizia l’attività di fotografo pubblicitario e collabora con alcune importanti agenzie pubblicitarie, dedicandosi alla fotografia di moda. Le sue immagini compaiono sulle principali riviste nazionali come “Panorama”, “Max”, “Amica”, “Vogue Sposa” e “Sposa Bella”. Negli anni ‘90 riceve i primi riconoscimenti a livello nazionale: le riviste “Fotopro” e “Il Fotografo Professionista” s’interessano alla sua attività pubblicando articoli e redazionali.

La sua ricerca in campo culturale è incentrata in gran parte sul patrimonio artistico abruzzese. Tra le collaborazioni di rilievo: i volumi della collana “Documenti dell’Abruzzo Teramano” edito dalla Tercas, “La Cappella Sistinadella Maiolica – Il Soffitto della Chiesa di San Donato di Castelli”,  edito da Andromeda Multimedia. Numerose immagini di quest’ ultima opera sono pubblicate sulla rivista d’arte “FMR” di Franco Maria Ricci Editore.

Dal 2003 al 2007 è  fotografo dell’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga e della rivista “ABC Abruzzo Beni Culturali”. Nel 2004 cura il calendario “In Volo sul Parco” ed in seguito i volumi “Sapori della Natura, Sapori della Cultura” e “Santo Stefano di Sessanio, il borgo della rinascita”. Suggestivi ed emozionanti, infine, la mostra ed il libro “Colpiti nel cuore, conoscere per ricostruire” del 2009, che raccolgono le drammatiche immagini realizzate immediatamente dopo il tragico sisma del 6 aprile che ha sconvolto la città de L’Aquila ed il territorio abruzzese.

Nel 2009 pubblica “Ager Praetutianus”, omaggio al paesaggio teramano (Artemia Edizioni), una raccolta di immagini dal Gran Sasso alla costa adriatica, dalle colline ai borghi e paesini medievali dell’entroterra. Nel 2010 realizza la mostra “Le Storie degli altri” su problematiche sociali ed inizia la collaborazione con il trimestrale Tesori D’Abruzzo.

Attualmente è impegnato nel realizzare immagini di paesaggio ed aeree per i quattro Parchi abruzzesi, un lavoro che per la prima volta vede le aree protette della regione accomunate in un unico progetto.

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città quotidiano” il 14 nnovembre 2013

di Nicola Catenaro

venerdì 15 novembre 2013 alle 9:37

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