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Sagaria, luce della pittura e ombre dell’inquietudine

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"Il mercato del sabato" di Norberto Sagaria

Luce e tenebra sono i termini più esemplificativi del percorso umano di Norberto Sagaria (in mostra alla Pinacoteca civica di Teramo fino a lunedì 4 novembre, ndr). La luce è indubbiamente la cifra linguistica della sua pittura. Esordisce grazie all’apprendistato svolto presso la Scuola comunale del disegno en plein air, con il paesaggista Gennaro Della Monica, dipingendo in campagna pascoli e vedute del maestoso Gran Sasso soprattutto all’alba; e studiando le rifrangenze dell’illuminazione aurorale sugli elementi romanico-gotici della Cattedrale di Teramo.

Il buio delle tenebre invece è quello della sottile inquietudine  che si trasforma in fatale angoscia; nella pittura riesce a superare l’oscurità scoprendo il divisionismo ma nella vita viene travolto, quando, costretto a trasferirsi lontano dall’amata madre e dagli amici del movimento diocesano per svolgere una mansione lavorativa  contraria alla sua preminente vocazione pittorica, si abbandona al suicidio, come gli stoici che prendono atto di non poter svolgere una vita secondo natura.

Torna alla luce per caso, dopo un oblio di settant’anni, Norberto Sagaria, nato a Teramo da un’illustre famiglia nel 1886 e qui precocemente scomparso nel 1911. Nel 1990 Raimondo Iannetti acquista un edificio nella storica via di Torre Bruciata a Teramo e nella soffitta trova un cavalletto e una decina tra tavole e tele dipinte. Chiede a Sandro Melarangelo informazioni e una consulenza. Si trattava di quel Sagaria di cui era nota un’unica tela; quella soffitta era il suo studio, nel palazzo dei Fiocco, la famiglia della madre di questo personaggio completamente dimenticato.

Il tema della fede e dei suoi riti e la scomposizione scientifica della luce rappresentano le peculiarità di Sagaria. Norberto infatti, in pieno conflitto Stato-Chiesa, negli anni dell’Italia Liberale preconcordataria e quindi anti papalina, era invece attivista cristiano sociale, fondatore dei primi movimenti diocesani e di organizzazioni come “le opere” e “i congressi”. Questa profonda  fede si traduce in suggestioni pittoriche che lo portano a rappresentare riti poi scomparsi, come la processione del venerdì santo con uno scheletro in testa al corteo, o l’accensione del cero, tutti ambientati nel principale tempio della chiesa teramana, che lo suggestiona per le sue forme e perché incarna il fortissimo  legame con le sue origini.

Ma è singolare il fatto che nei pochi anni in cui è attivo artisticamente (nel ’06 è diciottenne, quindi dipinge solo cinque anni se vogliamo partire da una presumibile maturità) realizza un quadro, il sole che sorge, come Pellizza da Volpedo, ma in un’interpretazione tutta cristiana, nel segno del sole in quanto sorgente di vita, che irradia luce sul creato. E’ l’unica differenza  con l’artista piemontese maestro del divisionismo, che nel 1904 rappresenta lo stesso tema, con la medesima tecnica, quella divisionista, ma in chiave positivista evocando il sole dell’avvenire. Il Pellizza che morirà anch’esso suicida, curiosa coincidenza di esiti stilistici, tematici e mortali, nel 1907.

Come si aggiornò Sagaria, per arrivare a conoscere tendenze di rinnovamento pittorico rimanendo sempre a Teramo è un mistero. Forse grazie a questo ulteriore e molto significativo aspetto della sua interessantissima biografia: la parentela con Benedetto Croce. Ci doveva essere un legame di particolare affetto e stima intellettuale per  far muovere il grande filosofo, “giovane senatore del Regno”, come scrive L’Araldo Abruzzese nell’articolo che menziona il viaggio e informa che è a Teramo ospite della famiglia Sagaria, di cui è parente. Era il settembre del 1911, due mesi dopo Norberto si sarebbe suicidato.

Alberto Melarangelo

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di Alberto Melarangelo

domenica 03 novembre 2013 alle 0:03

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