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Io e mio padre John, che insegna a scrivere col cuore

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Dan Fante al porto turistico di Pescara con il suo ultimo libro di poesie

Chi non ama leggere, dovrebbe sfogliare un suo libro almeno una volta nella vita: cambierebbe idea in un attimo. Chi non ha mai letto un suo libro, dovrebbe comprarli tutti a cominciare da “Aspetta primavera, Bandini”, “La confraternita dell’uva”, “Chiedi alla polvere” e “Sogni di Bunker Hill”. Quattro capolavori da leggere d’un fiato per rimettere pace dentro la propria anima e guardare le cose che ci circondano con gli occhi colorati della poesia e delle emozioni più vere. Parliamo naturalmente di John Fante, l’indimenticato scrittore e sceneggiatore italo-americano che ha fatto della vicenda umana e dei sogni di Arturo Bandini, suo alter ego, un mito letterario da sistemare ai primi posti della libreria ideale di ciascuno di noi. A trent’anni dalla sua morte, abbiamo incontrato il figlio Dan, anch’egli scrittore, in Abruzzo per ricordare il padre in occasione dell’ultima edizione del festival di Torricella Peligna (il paese di origine della famiglia) a lui dedicato.

 

Dan ci ha trasmesso i suoi ricordi, offrendoci sul piatto della condivisione più autentica un assaggio del rapporto con il padre, e ci ha parlato della sua attività di scrittore tra poesie (di recente ha pubblicato la raccolta “Gin & genio”), romanzi (anche gialli) e un ritratto autobiografico della sua famiglia.

Dan, suo padre è morto trent’anni fa. Il mondo piange ancora la sua morte. Qual è secondo lei il messaggio più importante che John Fante ha lasciato al mondo?

«Il messaggio più importante lo ha lasciato a chi vuole diventare scrittore ed è quello di scrivere storie semplici che sgorgano dal cuore. Mio padre credeva sinceramente che un buon libro può cambiare il mondo».

E qual è invece il messaggio più importante che ha lasciato a lei come figlio prima di morire?

«Ho iniziato a scrivere dopo la morte di mio padre. Ma il suo fantasma era ed è sempre vicino a me, dietro la mia sedia. Mi aiuta soprattutto a non scrivere robaccia. Mi dice: hey Dan, smettila di scrivere quelle cretinate. Scrivi in maniera più semplice (risate)».

Suo padre parlava a lei e ai suoi fratelli del suo lavoro? Cosa vi diceva a proposito dei suoi libri, delle storie e dei soggetti che inventava?

«Sì. Lo faceva di solito comparando la buona scrittura con la cattiva scrittura. Ci spiegava qual era la differenza e cosa si doveva fare per ottenere una buona scrittura».

Cosa spinge un uomo a scrivere? Perché si scrive, secondo lei? Per essere ricordati o amati o cos’altro?

«Quelle sono sicuramente motivazioni molto nobili ma non è tutto. Mio padre per esempio credeva che gli scrittori fossero filosofi e che uno scrittore assomigliasse a un monaco o a una figura religiosa. Credeva nel grande potere delle parole, per le quali aveva un grande rispetto. Ciò che ho imparato da lui è come rendere un messaggio semplice ma molto potente, facendolo arrivare direttamente dal cuore».

Fernanda Pivano era una sua amica. Come la ricorda?

«Ho un ricordo meraviglioso di lei. Voglio raccontarle un episodio, un fatto avvenuto in occasione del nostro primo incontro a Milano. Lei viveva in un grande appartamento in cui non riusciva a muoversi perché era stracolmo di libri dappertutto. Mi disse: ho incontrato un mucchio di scrittori, letto tanti libri. Cosa sai fare di diverso rispetto agli altri scrittori? Fammi vedere. Io, per tutta risposta, mi spogliai completamente. Lei scoppiò a ridere. Rideva e rideva…»

Ha confessato pubblicamente che la scrittura le ha salvato la vita. Perché?

«Accadde quando smisi di bere. Mi sentivo male, ero completamente fuori di testa e, per placare i nemici che avevo dentro di me, cominciai a scrivere. Fu una terapia eccezionale».

Qual è la differenza tra Arturo Bandini, il personaggio dei libri di John Fante, e Bruno Dante, l’alter ego dei libri che lei ha scritto?

«Sono simili, in verità, li distingue forse il fatto che Bruno Dante è un tipo estremo, arrabbiato e assolutamente fuori di testa».

Quante ore dedica alla scrittura ogni giorno?

«Provo a scrivere un paio di ore al giorno, sei giorni su sette. Ma non mi pongo il problema di dover scrivere. La scrittura per me è un divertimento, un dono».

Quale sarà il suo prossimo libro?

«In questo momento sto scrivendo il sequel del romanzo ‘Point Doom’ (il primo giallo di Dan Fante, ndr)».

Ama l’Italia, la terra dove è nato suo nonno, o preferisce l’America?

«Le rispondo dicendo che ogni volta che qualcuno nomina l’Italia, io mi commuovo e gli occhi si riempiono di lacrime».

Se suo padre fosse ancora vivo, che tipo di storie scriverebbe ora?

«Mio padre amava e amerebbe scrivere ancora storie basate sulle relazioni reciproche, parlare di come le persone possano scambiarsi sentimenti ed emozioni».

C’è un segreto che non conosciamo di John Fante?

«Un segreto? Beh, probabilmente il segreto più importante è che lui amava giocare a golf più di quanto gli piacesse scrivere libri e più del golf il gioco d’azzardo e più di questo amava le belle donne… (risate). In definitiva, potrei dire che lui amava le cose belle della vita, da buon italiano. E nello stesso tempo amava e inseguiva il sogno americano».

 

CHI E’

Dan (Daniel Smart) Fante nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John Fante e da Joyce Smart, redattrice e poetessa. Ventenne, abbandona gli studi e la città natale per recarsi a New York dove vivrà, per dodici anni, di espedienti e piccoli lavori (tassista, commesso, venditore al telefono, guardiano di notte, investigatore privato…). Dopo l’alcol, la droga, i guai con la giustizia, i divorzi e la depressione, a quarantacinque anni intraprende la carriera di scrittore. È autore di romanzi (Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi), che vedono come protagonista il suo alter-ego Bruno Dante, ma anche di racconti, poesie e commedie (Don Giovanni). Nel 2011, ha pubblicato negli Stati Uniti l’autobiografia Fante: A Family’s Legacy of Writing, Drinking and Surviving ed è uscito negli Stati Uniti il suo primo giallo dal titolo Point Doom. Ogni estate visita la cittadina abruzzese di Torricella Peligna da dove, nel 1901, il nonno Nicola (Nick) Fante partì per l’America. Insieme alla moglie Ayrin e al figlio Giovanni, vive attualmente a Los Angeles, dove insegna scrittura creativa all’università di U.C.L.A.

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città Quotidiano” del 29 agosto 2013

di Nicola Catenaro

venerdì 30 agosto 2013 alle 11:29

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