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La vita etica è possibile solo nel rapporto con gli altri

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Franco Catenaro, autore del libro "Il pensiero politico in Platone"

Pubblichiamo l’intervista che Franco Catenaro, docente di storia e filosofia per circa quarant’anni nei licei teramani, ha rilasciato al giornalista e critico letterario Simone Gambacorta in occasione della presentazione del libro sul pensiero politico in Platone. 

Franco Catenaro il 2 marzo scorso ha presentato il suo libro “Il pensiero politico in Platone” (Ricerche & Redazioni, pp. 240, 20 euro)  nella Sala San Carlo del Museo archeologico. Per salutare adeguatamente la pubblicazione del volume, la Società Filosofica Italiana ha voluto organizzare il convegno “Platone tra etica e politica”: l’incontro è stato moderato da Edoardo Cipriani e ha visto la partecipazione di Roberto Ricci, presidente della Sezione teramana della Società Filosofica Italiana, di Lino Befacchia, ex preside del Liceo Classico, e di Nicola Catenaro, giornalista e scrittore. All’attrice Eugenia Rofi, accompagnata dalle note del musicista Mauro Baiocco, è stata invece affidata la lettura dei brani tratti dai dialoghi di Platone…

Franco Catenaro, professore amatissimo da diverse generazioni di liceali teramani, parla in questa intervista del suo rapporto col filosofo e racconta il cammino che, a partire dal giorno della laurea, lo ha portato a dare alle stampe questo saggio sulla “vita politica come scelta di vita morale”.

Su Platone lei ha discusso nel 1964 la tesi di laurea. Dopo quarant’anni d’insegnamento, quella tesi è diventata la base del libro che ha appena pubblicato. Che cosa l’ha spinta a cimentarsi con questo lavoro?

«È una domanda che mi costringe a un viaggio abbastanza lungo nella memoria, ma in fondo piuttosto facile da sintetizzare. La mia tesi mi era rimasta nel cuore. Noi giovani allora dovevamo badare a noi stessi, se volevamo percorrere tutta la carriera scolastica. Come tanti miei compagni fui costretto a lavorare e, nello stesso tempo, a studiare. Ma L’Aquila offriva un ambiente favorevole a chi volesse impegnarsi. Riuscii, infatti, a trovare un posticino presso il Convitto nazionale: guadagnavo poche lire al mese, ma potevo studiare e andare avanti. Alla fine mi ritrovai in un’aula, quella delle tesi appunto, circondato da amici venuti per festeggiarmi. La tesi fu molto apprezzata, oltre che dal mio relatore, anche dai componenti della commissione. Me ne consigliarono la pubblicazione, cosa che poi non fu possibile per una serie di circostanze».

E che cosa successe?

«La tesi rimase nel cassetto. Un sogno nel cassetto. Però mentalmente ero sempre collegato a quello scritto. Ricordo che citavo spesso frasi estrapolate dalla “Repubblica” o da altre opere di Platone. Finii per farmi la fama non tanto di un esperto di Platone, quanto di una persona che “viveva” con Platone. La mia prima esperienza di insegnamento fu a Cellino, e Platone c’era anche lì. Ricordo che avevo la tesi con me – eravamo due o tre supplenti e vivevamo nella stessa casa – e ogni tanto la prendevo e mi abbandonavo a delle “folate” espositive, a degli slanci di entusiasmo durante i quali ne recitavo interi stralci».

Platone come presenza costante, insomma…

«Un mio carissimo collega ha saputo cogliere bene il mio rapporto con Platone, e quindi anche il senso di questo libro, con una manciata di parole: “Tu sei vissuto sempre con Platone. Sembra che ti abbia fatto da mamma”. Una battuta che rende bene l’idea».

La copertina del libro "Il pensiero politico in Platone"

Prima accennava ai suoi professori dell’università. Ma lo sa che gli studenti che l’hanno avuta come insegnante al liceo raccontano che nessuno spiegava la filosofia bene come lei? È quella che si dice un’opinione diffusa. Come ha fatto per guadagnarsi questa stima?

«Un giudizio senz’altro troppo generoso. Ma ho sempre “sentito” la presenza dei miei alunni anche al di fuori della scuola. Un atteggiamento che qualche volta mi attirava piccoli strali ironici. Passavo ore a domandarmi come avrei potuto far cambiare parere a uno studente che forse avevo trascurato, o che si sarebbe aspettato da me qualche attenzione in più per un suo periodo negativo, perché anche questo si impara stando a contatto con i ragazzi: a percepire il loro malessere, le loro speranze deluse. Sentire la presenza dell’alunno assicura un contatto: un contatto che permette di capirlo un po’ meglio, di conoscerne la psicologia, di potergli fare delle domande. È una grande responsabilità. Sentire la presenza degli alunni dà la possibilità di rendersi conto dei propri errori e delle conseguenze che possono derivarne. Mi sollecitava molto la responsabilità».

Ha pronunciato una parola decisiva: responsabilità.

«Uno dei fattori di riuscita – e mi permetto di dirlo adesso che ho oltre settantacinque anni – è proprio “sentire” la presenza dei ragazzi: una responsabilità, ma anche uno stimolo a una maggiore apertura. Inoltre, “sentire” la presenza può significare poter dare qualcosa quando si è effettivamente in grado di dare risposte e di riceverne per le domande che si pongono. Parlerei quindi di una attenzione alla presenza intesa come percezione dell’altro e come impegno: un’esperienza continua».

Veniamo ora a Platone. Nel libro lei ribadisce – e lo ricorda anche Mario Vegetti nella prefazione – la centralità, nel pensiero del filosofo, del rapporto tra etica e politica.

«Centralità è una parola che vuole indicare l’importanza che può avere, ma che non sempre ha avuto, il rapporto fra etica, considerata come insieme di valori e idealità, e politica, considerata come insieme di atti e scelte. Questa centralità sottolinea l’importanza del fatto che il rapporto tra etica e politica non solo lo si ammetta, ma che lo si viva e lo si costruisca attraverso scelte consequenziali e attraverso i valori e le idealità che ne sono la luce. Ma è pure vero che il vivere solo all’interno di una dimensione etica, quindi di una concezione morale della vita, può comportare un rischio: il venire meno di un rapporto tra gli individui singolarmente presi. Noi con la parola politica intendiamo la imprescindibilità della relazione fra individui, fossero anche due soltanto. La relazione non scaturisce però solo da un insieme di presenze, ma guarda al mondo nel quale si vive e alla possibilità di poter dare il proprio contributo e di poter aiutare gli altri a realizzare le loro aspirazioni».

Un momento della presentazione del volume di Franco Catenaro nella Sala San Carlo del Museo Archeologico

Un sentimento collettivo, una visione allargata…

«Non si tratta di una visione individualistica, piuttosto di una visione singolare, ma sempre incentrata su un’esistenza collegata, non scollegata, non scollata: un’esistenza che, in quanto tale, non può essere vista se non come un insieme di persone che lavorano per realizzare se stesse e che collaborano in maniera plurale. Un rapporto fondato sull’interdipendenza e sulla necessità di considerare non solo il nucleo, ma anche tutto quanto serve a far vivere quel nucleo. Del resto, la presenza singolare potrebbe anche non essere una presenza. Perché ci sia una percezione della presenza occorre sempre un insieme di relazioni. Grazie a questo insieme si scoprono valori, idealità e speranze che altrimenti, chiusi nel nostro orizzonte singolare, potrebbero non presentarsi, non emergere, non confluire in una visione allargata. La politica non si può concepire senza un insieme di relazioni, senza un incontro di persone, di più soggetti. Oltre che la centralità del rapporto tra etica e politica, bisogna perciò considerare la centralità dell’altro».

Un punto fondamentale, questo.

«Perdere di vista l’altro significa creare un sistema egoistico, cioè un sistema formato da più individualità che non si collegano fra di loro. Ne deriva l’illusione, o la pretesa, di essere insieme agli altri, quando in effetti si è soli: soli fra gli altri. Spesso abbiamo sofferto proprio per questo».

Cioè per che cosa abbiamo sofferto?

«La condizione che ci fa soffrire di più è quella che ci porta a pensare di essere insieme agli altri, quando invece siamo soli. Se siamo soli in mezzo agli altri, significa che non abbiamo saputo cogliere l’altro. E quando ce ne accorgiamo, i momenti adatti al legame sono oramai sfuggiti, e viceversa sono subentrati i momenti di scissione. Così non si costruisce nessun rapporto: l’eticità stessa perde di spessore, diviene priva di risonanza interiore e di quella capacità di cogliere ciò che muta, che evolve e che può essere considerato nuovo nella realtà. La vita etica non si può realizzare senza un rapporto con gli altri, perché i valori sono quelli che tutti riescono a costruire e a far affermare assieme. La vita che si spende nel tenere lo sguardo aperto su ciò che ci circonda, si riconquista “poi”, si riconquista “dopo”: quando cioè, dovendo per forza rimanere soli, si porta con sé quello che si è realizzato».

Nel libro lei parla della Città ideale come di un modello a cui tendere.

«C’è una frase molto comune che spesso si dice per riassumere un discorso che riguarda gli obiettivi che ci poniamo: “Ho una meta da raggiungere”. Ma c’è un rischio: quando ci si pone un traguardo, se poi non lo si riesce a toccare, si finisce per considerarlo un’utopia e lo si abbandona. Invece no. Platone parla di utopia come di qualcosa che si vuole realizzare e che però, per essere realizzato, incontra difficoltà. Ma esiste “comunque” un modo per realizzare la Città ideale. Occorre guardare oltre. Nel guardare oltre la Repubblica che abbiamo preso a modello, e che ci è apparsa inattuabile, di fatto consideriamo tante altre situazioni che in qualche modo si avvicinano alla perfezione di quel modello. Quindi potremmo fare questa operazione: fissare l’attenzione sul modello ideale che abbiamo scoperto in tutte le sue perfette caratteristiche e considerarlo – per così dire – Repubblica “più vera”. Sulla base di questa Repubblica, ritenuta da noi stessa perfetta, possiamo considerare la possibilità di una Repubblica definibile “seconda”. La Repubblica nella quale viviamo potrebbe guardare al modello ideale della Repubblica per cercare di realizzarla nel migliore modo possibile, tentando cioè di avvicinarsi alla perfezione del modello. Certo non si può ridurre Platone a un giochino tra Repubblica numero uno e Repubblica numero due, ma credo sia un buon sistema per spiegare il concetto».

Un’utopia consapevole, in qualche modo di stimolo.

«Platone aveva pensato all’utopia prima e meglio di noi. Aveva capito che una Repubblica pienamente perfetta, quella che abbiamo definito per comodità come la “più vera”, avrebbe incontrato enormi difficoltà per affermarsi. Al tempo stesso, aveva capito che l’assumerla a modello poteva rappresentare la via per migliorare quanto più possibile la Repubblica “seconda”. Platone non era un filosofo che andava facendo asserzioni tra le nuvole. Il suo suggerimento era quello di tenere a mente il modello ideale, come fosse un punto necessario di raggiungimento e superamento dei limiti. Come dire: la “nave” della Città Ideale è sempre davanti ai miei occhi e con le sue luci illumina la mia rotta e rappresenta il modello cui debbo guardare per andare avanti e progredire sempre più nel cammino».

La lettura dei brani di Platone ad opera di Eugenia Rofi con le musiche di Mauro Baiocco

Quanto tempo ha lavorato al suo libro?

«Più di due anni. Non considero i vari decenni di elaborazione mentale e affettiva che ho dedicato a Platone. Ma quel che più mi ha impegnato è stato tenere insieme due necessità: quella di dover partire da qualcosa di concreto, cioè da quelli che erano i caratteri di una ricerca qual era la mia tesi; e quella di tenere presenti le prospettive nel frattempo schiuse dagli studi su Platone. Si è trattato di un aggiornamento che ho fatto con una ricognizione bibliografica piuttosto vasta. Ma questo mi ha anche consentito di ripercorrere tutta l’evoluzione delle tesi critiche e storiografiche. In sostanza, ho compiuto la ricostruzione di un tessuto che si era mantenuto abbastanza sano, e mi riferisco al mio lavoro originario, ne ho verificata la saldezza d’insieme e ne ho poi rielaborato tutte le parti che ritenevo necessitassero di più profondi e decisi interventi».

Simone Gambacorta 

Intervista pubblicata su “Il Cittadino” (marzo 2013)

di Redazione

domenica 21 aprile 2013 alle 18:50

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