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Se il caffè teramano lo sorseggiano in Giappone

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Silvestro ed Emilio Marcozzi

“Unindustria”, magazine di Confindustria Teramo, ha incontrato i fratelli Silvestro ed Emilio Marcozzi, contitolari dell’azienda “Marcafè,” nella nuova sede dell’azienda, lungo la statale 80 tra Mosciano e Giulianova. All’interno della nuova sede, modernissima e dotata delle più avanzate tecnologie, è il profumo del caffè a colpire l’attenzione.

Quando inizia la storia della vostra azienda?
S.M. «La storia dell’azienda inizia nel 1948. Il nonno, Silvestro Marcozzi, gestiva al centro di Teramo un ingrosso di generi alimentari all’interno del quale, per andare incontro alle esigenze dei clienti, decise di installare una piccola macchina per fare il caffè. Nostro padre Vittorio proseguì l’opera del nonno, tranne che nel periodo in cui fondò e gestì a Tortoreto un’azienda metallurgica, la M+M, che alla fine degli anni Sessanta era già molto strutturata. Esportava all’estero, anche a Singapore, e contava ben 100 operai».

Il caffè rimase, però.
S.M. «Sì, fu nostro zio a portare avanti la torrefazione nel frattempo. L’azienda si trasferì a Villa Pavone ma ebbe alcune vicissitudini in seguito alla crisi di quel comparto e rischiò per un periodo di scomparire. In quel periodo accadde un’altra cosa: l’azienda di Tortoreto fu venduta a una multinazionale e noi nipoti riprendemmo in mano le sorti della torrefazione. La riacquistammo dal tribunale, dove in seguito a guai che non la riguardavano direttamente era approdata».

Quando iniziò il nuovo corso?
«All’incirca alla metà degli anni Ottanta. Eravamo noi due e quattro dipendenti. Producevamo per per pochi bar della provincia, dove peraltro già operavano altri competitors come Moka Rika, Saquella, Mokador, e soprattutto non esportavamo all’estero».

Emilio Marcozzi spiega il funzionamento di una macchina per produrre caffè

La crescita come avvenne?
S.M. «Iniziammo ad investire nei nuovi bar che man mano aprivano ed a fornire loro finanziamenti per la ristrutturazione e l’allestimento dei locali. Fino a quando la legge non impedì questo tipo di finanziamenti. Il sostegno alle nuove attività è rimasta però un’attività collaterale importante, che svolgiamo garantendo i prestiti di cui ha bisogno chi vuole aprire un bar appoggiandoci ad una società finanziaria autorizzata per queste operazioni».

E con l’estero come avete iniziato?
E.M. «Intorno al 2005. Decidemmo di cambiare strategia e di sostituire il mercato della grande distribuzione con clienti esteri, iniziando un processo di internazionalizzazione. La prima fiera fu fatta a Birmingham, in piena globalizzazione, e poco prima a Norimberga nell’ambito del Biofach».

È andata bene?
E.M. «Abbiamo continuato,instaurando rapporti di importazione in esclusive dei nostri prodotti in vari paesi esteri, sviluppando attività di training dedicate alla conoscenza ed alla preparazione dell’ espresso italiano . L’estero rappresenta ora il 20% del nostro fatturato, che è di circa cinque milioni».

In quali Paesi esportate?
E.M. «Ora copriamo la Germania, la Svizzera, l’Ungheria, la Polonia, l’Ucraina, la Bosnia e la Croazia, la Finlandia, la Grecia, la Russia, l’Arabia Saudita, che è il nostro secondo cliente, la Corea, Thailandia, il Giappone e la Cina, anche se il rapporto con i cinesi è difficile …».

Perché?
E.M. «Gli importatori cinesi che oggi ti chiedono un container di caffè, domani magari trovano conveniente puntare su un altro prodotto e all’improvviso scompaiono. Quest’anno non siamo andati a fare la fiera a Shangai, preferendo programmarne una a Jakarta».

Quali sono i fattori di successo della vostra azienda?
S.M. «Il primo è il rapporto qualità-prezzo, il secondo è il rapporto con i clienti che significa innanzitutto essere capaci di mantenere la parola data».
E.M. «Sembra di parlare di cose d’altri tempi ma non è così».

(Pubblicato sul numero di dicembre 2012 di “Unindustria”, magazine di Confindustria Teramo)

La nuova sede della Torrefazione Adriatica a Mosciano Sant'Angelo (Teramo)

di Nicola Catenaro

sabato 22 dicembre 2012 alle 16:47

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