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Politica, Di Sante: tante vetrine e manca il confronto

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Giandomenico Di Sante

Vi proponiamo l’intervista a Giandomenico Di Sante, presidente della Banca dell’Adriatico ed autorevole esponente dell’economia abruzzese, pubblicata sul numero di ottobre 2011 di Unindustria, magazine di Confindustria Teramo. La vera sfida, secondo Di Sante, è l’innovazione. Anche in politica…

Presidente Di Sante, la crisi non sembra risparmiare nessuno. E le banche, spesso, vengono accusate di non sostenere abbastanza le imprese. È vero o è falso?
«Innanzitutto bisogna dire che questa è una crisi particolare. Non somiglia tanto a quella del 1929, secondo me, ma a quella tra il 1973 e il 1979, ovvero alla crisi petrolifera, dopo la guerra del Kippur, quando il prezzo del petrolio andò a finire alle stelle. È stato un periodo molto lungo e la crisi è stata superata con una notevole gradualità e con un percorso molto impegnativo».

Nel nostro caso, cosa accadrà?
«Anche nel nostro caso, probabilmente, ci vorrà molto tempo, forse più di due o tre anni ancora, per riconquistare il mare aperto. Le banche fanno parte di questo sistema di difficoltà a livello locale e internazionale. Il sistema bancario ha il merito di aver cambiato molto. Certo, questo non significa che siamo diventati adeguati all’entità della sfida. La Banca dell’Adriatico, di cui mi onoro di essere presidente, per fortuna ha alle spalle questo gigante che si chiama Intesa San Paolo, una banca del sistema Paese, la terza banca in Europa. In linea teorica possiamo intervenire in termini ottimali in ogni segmento dell’economia. In Abruzzo abbiamo circa 100 sportelli diffusi sul territorio in maniera armoniosa. Nei primi sei mesi di quest’anno, abbiamo erogato 330 milioni distribuiti ad imprese e famiglie. Siamo cresciuti del 20% negli impieghi. Se qualcuno ci accusasse di non erogare credito, non direbbe la verità. Oggi le banche devono gestire il credito con metodi innovativi».

Come dobbiamo porci di fronte alla crisi?
«Io dico che il mondo è cambiato sempre. Dove sta, dunque, tra ieri e oggi, la differenza? Sta nell’enormità e nella velocità del cambiamento. Una volta, se succedeva un qualcosa a Pechino, da noi le conseguenze arrivavano dopo alcuni mesi. Oggi arrivano subito. Siamo chiamati a svolgere un ruolo diverso rispetto al passato, bisogna gestire il cambiamento».

L’Abruzzo rischia un contraccolpo peggiore per effetto della crisi rispetto alle altre regioni o ha solide basi?
«L’Abruzzo una volta era il nord del sud ed ha fatto cose strabilianti con la sua gente e con le sue piccole aziende. L’errore è stato quello di non promuovere la crescita, ci siamo distratti e non ci siamo resi conto che le piccole dimensioni diventavano superate dall’incalzare dei tempi nuovi, che il processo di internazionalizzazione ci riguardava e che era in corso una grande evoluzione nel settore della produzione e del terziario. Ci siamo distratti e per la verità si sono distratti anche i responsabili delle varie istituzioni. Dobbiamo cambiare, dobbiamo innovare. E fare squadra. Bisogna credere nelle reti d’impresa».

Oggi avviare una nuova iniziativa imprenditoriale può voler dire sia evitare la disoccupazione sia aiutare l’economia, ma il rischio di fallire è dietro l’angolo. Cosa direbbe a chi vuole farlo?
«Che vi è l’esigenza di una adeguata formazione professionale. Il processo di cambiamento va promosso anche nel campo della gestione. Un problema grande è quello dello scollegamento tra mondo della scuola, dell’università e della formazione e mondo del lavoro. Le conoscenze e le competenze vanno costruite facendo riferimento alle esigenze del mercato. Accanto alla qualità dei prodotti e alla preparazione professionale, bisogna affiancare la ricerca di nicchie di eccellenza, e così un giovane può sperare di avere successo».

Cosa pensa dei politici? Fanno bene il loro dovere o c’è bisogno di un ricambio?
«Io vedo degli uomini seriamente impegnati e sufficientemente capaci, ma non vedo un cambiamento convinto e una squadra armoniosa e determinata. Ci sono molte voci dissonanti, tante vetrine ma pochi luoghi di sofferenza, intendo parlare di quei luoghi dove si possano mettere insieme idee diverse, orientamenti e interessi diversi che trovino una sintesi per perseguire tutti insieme la nascita di una nuova stagione. Non vi dovrebbe essere spazio per chi ha paura soltanto di non essere rieletto. Deve crescere il livello di responsabilità in tutti».

di Nicola Catenaro

lunedì 24 ottobre 2011 alle 17:01

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