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La guerra di Cancellieri: incubi che non si scordano

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La copertina dell'ultimo libro di Lucio Cancellieri

Il linciaggio di una spia, rea di aver segnalato ai tedeschi la presenza di partigiani sulle montagne. La fucilazione di alcuni innocenti, colpevoli solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato e di essere scambiati per ribelli. Le azioni indimenticabili di alcuni eroi, il cui sacrificio colpisce sia per il coraggio sia per il significato che assume agli occhi di chi resta. Tutto questo ed altro ancora in un libro – che si legge d’un fiato – sulla Resistenza a Teramo. Il libro si chiama “Momenti di guerra” (Marte Edizioni) e l’autore è Lucio Cancellieri. Ottanta pagine, fatte interamente di testimonianze scritte e fotografiche e documenti, che parlano quasi mai attraverso gli occhi dell’autore ma sempre attraverso il ricordo di chi ha visto, di chi ha vissuto (a volte con orrore) sulla propria pelle la tragedia della seconda guerra mondiale.

Cancellieri, poeta ed interprete autentico di una Teramo in bianco e nero vissuta dal vivo durante l’infanzia e l’adolescenza, nel suo ultimo volume riesce ad offrire uno sguardo unico ed eccezionale su un periodo che a molti suoi concittadini è tornato spesso sotto forma di incubi da cui sembra impossibile liberarsi. 

Gli episodi raccontati nel libro sono avvenuti nel Teramano durante l’occupazione nazifascista. E i momenti di paura sono quelli realmente vissuti dai nostri nonni all’epoca. A causa della guerra, scrive Cancellieri, «giovani furono privati della loro esistenza terrena lasciando nello sconforto chi li aveva messi al mondo, gli amici, l’amata che attendeva il giorno delle nozze». 

«Al popolo, che crede di combattere per la grandezza della patria – è l‘amara riflessione del poeta Cancellieri – restano, ed in modo abbondante, solamente i cadaveri dei propri figli e le lacrime con cui li piangono. Lacrime che appartengono, universalmente, sia ai vincitori che ai vinti, perché i morti, a qualunque nazione o a qualunque colore politico appartengano, sono sempre morti, affratellati da un comune destino di sangue; e le lacrime son sempre lacrime, anche quelle del nemico: perché il popolo la guerra non la vuole, e, se la fa, ciò non è da attribuire mai alla sua volontà, ma al fatto che vi è indotto o costretto da chi detiene il potere in modo perverso».

 Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

mercoledì 19 ottobre 2011 alle 18:34

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