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Gaspari, «barone» sobrio della Prima Repubblica

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Il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Gian Antonio Stella, ha dedicato all’ex ministro Remo Gaspari, scomparso l’altro ieri, un ritratto formidabile.  Che vi proponiamo integralmente:

«Gaspari! Soave creatura, bontà di sacrificio e amore! Ti chiamerò sempre con tenero slancio…». Forse neppure Silvio Berlusconi (che fu cantato da uno sviolinante Claudio Scajola come «il sole al cui calore tutti vogliono scaldarsi») è mai stato salutato con la passione adorante che un sindaco aquilano, Alberto Tucceri, riservò a nome di tutti gli abruzzesi a Remo Gaspari. Il «colosso di Gissi» scomparso ieri nella vecchia casa del paese in cui era nato 90 anni fa, non è stato solo l’ uomo politico italiano (secondo solo ad Andreotti) dal più lungo palmares: 10 legislature e 41 anni in Parlamento, 16 volte ministro in 10 dicasteri diversi, mai di primissimo piano ma sempre di grande peso elettorale.

È stato per decenni il «faro» della Dc dal Conero al Gargano. Un faro monumentale, a righe orizzontali blu e bianche, come le leggendarie magliette che indossava, la panza che debordava di sotto, accasciandosi nelle sue arroventate estati sulle sdraio della mitica pensione «Sabrina» di Vasto, nel cuore del suo feudo. Un albergo alla buona (menù fisso, rigatoni, fritti di mare, pecorino) dove Remo Gaspari si muoveva come un barone alla mano tra modeste famigliole di operai veneti e coppie di pensionati piemontesi. Si svegliava alle sette, faceva colazione, si piazzava sulla terrazza a tenere ambulatorio con i suoi elettori, i suoi sindaci, i suoi consiglieri comunali, i suoi presidenti delle municipalizzate… Quando a un certo punto decideva ch’ era l’ ora di andare in spiaggia, il codazzo lo seguiva dando vita a uno spettacolo indimenticabile quanto le cascate sull’ Iguaçu. Lui, sdraiato in canottiera a righe con un berrettino da marinaretto e i sandali da cui spuntavano dita polpacciose, i questuanti in fila sotto un sole furibondo, talvolta in giacca e cravatta, imbarazzati dal sudore che, per colpa dell’ emozione e dell’ afa, inzuppava il colletto. Spiegò a chi scrive, affettando con cura due uova sode e sbocconcellando un’ insalatina, che a pranzo preferiva stare leggero perché «non c’ è sera che qualcuno non mi voglia a cena e trovo certe tavolate…». Roba alla buona, si capisce. Resta indimenticabile, per chi lo seguì, una serata dalle parti di Vasto organizzata per presentare alle sue pecorelle, dopo avere deciso di non candidarsi più, quelli che erano i suoi eredi da votare. Luogo dell’ appuntamento, uno scantinato con lampadine che penzolavano, tubi idraulici a vista, vecchie lenzuola pitturate con lo scudo crociato, tavoli di formica su cui erano posati fiaschi di Trebbiano, salsicce, ricotte, pane e pecorino.

Quando lo accusarono di avere usato l’ elicottero per tornare al suo paese dove era atteso per un incontro allo stadio, un’ accusa che oggi appare ridicola in questa Italia in cui ogni membro del governo si è servito di voli blu nel 2009 per 97 ore e 15 minuti stracciando i record già indecenti del 2005, la prese come un’ ingiustizia: «Difatti mi hanno prosciolto subito. Io non ho mai presentato un rimborso spese. Manco uno. Né come ministro, né come sindaco. Vada all’ albergo qui vicino e chieda chi pagava il conto della scorta che mi accompagnava da Roma. Sa cosa risponderanno? Remo Gaspari. Pagava tutto Remo Gaspari». A chi gli rinfacciava decenni di politica clientelare replicava, con la sua voce gracchiante come una radio a valvole, che era tutto falso: «Io non ho mai avuto con la mia gente un rapporto clientelare. Qui da noi abbiamo spazzato via l’ assistenzialismo puntando sullo sviluppo e ci ritroviamo ad essere la più ricca delle regioni meridionali, con un reddito di un terzo superiore a quello calabrese e una disoccupazione che è la metà». «Se tutti i ministri sarebbero come Sua Eccellenza», giurava con trasporto un po’ sgrammaticato il padrone della pensione Sabrina, «fossimo tutti in una situazione migliore».

Al suo paese, Gissi, arroccato in cima a una collina degli Appennini in provincia di Chieti, si vantava di aver dato non solo una piscina olimpionica, un ospedale da 180 posti letto e un mucchio di altre cose ma di avere perfino «cambiato il clima». E spiegava: «Avevo scoperto durante una visita a Piani d’ Abruzzo che la vegetazione ha una grande influenza sulla temperatura. Così ho fatto piantare tantissimi alberi di un certo tipo. Così oggi la gente qui ha 57 metri quadrati di verde a testa, l’ inverno è meno freddo e l’ estate meno calda».

Mentre intorno crollava il «suo» mondo, tra raffiche di arresti di sindaci e assessori a lui legati, si accaniva a difendere la propria onestà personale mostrando la sobrietà della sua casa, testimone della sobrietà di una vita. Una casa modesta, da piccolo borghese, sulla piazza di Gissi. Vecchi mobili col centrino di pizzo, quadri da poco prezzo alle pareti, poltrone rifoderate: «È la casa costruita da mio padre, Achille, coi soldi che aveva fatto in America. Faceva il sarto, aveva un atelier sulla Fifth Avenue, serviva clienti come Clark Gable, tornava ogni dieci anni, faceva un figlio e ripartiva. Tre ritorni, tre figli. Quando a Gissi non ce n’ era uno, lui volle cinque bagni. L’ unico lusso. Io non me ne sono mai presi. Mai avuto una barca, mai andato alle Barbados, la casa di Roma l’ ho ereditata da mio suocero, in vacanza sempre alla pensione Sabrina…». Diceva di essere «fatto così». «Lo Stato mi dava tanti soldi, tra lo stipendio di parlamentare e quello di ministro, che non me ne occorrevano di più. Dunque economizzavo. Con metà del mio stipendio compravo Bot e Cct». E insisteva: «Ma lo sa chi pagava il telefono cellulare quando ero ministro? Io. E pure il telefono di casa. Una mattina mi chiama il povero Parisi: “Eccellenza, purtroppo c’ è stato un giro di vite e le sarà tolta l’ utenza in franchigia”. E io: a me? Io non ho mai chiesto né avuto utenze in franchigia. Sempre pagato di tasca mia, con i quattrini miei». E davanti allo stupore degli interlocutori spiegava: «A me sembrava normale. Pure in Giappone sono andato a spese mie». E se faceva una cena di politica? «Pagavo io. Chi doveva pagare? Oppure capitava che mi invitavano gli altri. Cifre modeste… E al ministero della Funzione pubblica la macchinetta del caffè chi l’ ha comprata? Sicuro: l’ ho comprata io. Pure le tazzine e i piattini e i cucchiaini. E li ho lasciati lì». «Mani di forbice», lo chiamavano, per la frequenza con cui si fiondava ovunque a tagliare nastri inaugurali di asili e bretelle autostradali, municipi e caseifici… E per molti anni fu amatissimo da metà degli abruzzesi, inviso all’ altra metà, che gli rimproverava quel radicamento capillare in una società di parrocchie e oratori, municipalizzate e assessorati. Per non dire della strenua difesa di una certa burocrazia. Come quando rispose a un’ interrogazione che «gli impiegati non sono tenuti a rispondere al telefono perché non è accettabile l’ assunto secondo cui la richiesta di un colloquio con tale mezzo possa essere giustificata da ragioni di pubblico interesse. È evidente infatti che il cittadino, ove abbia effettive ragioni da presentare alla pubblica amministrazione, può disporre di strumenti ben più efficaci del telefono, quali per esempio l’ accesso diretto agli uffici competenti». E anche oggi che se n’ è andato, c’ è chi dirà che era un uomo straordinario che cambiò faccia all’ Abruzzo e chi ricorderà solo gli aspetti clientelari della sua politica. Una cosa è certa: nessuno, tra i papaveri di oggi, fa le vacanze alla pensione Sabrina mangiando uova sode…

Gian Antonio Stella

(Da: Corriere della Sera del 20 luglio 2011)

di Redazione

giovedì 21 luglio 2011 alle 14:42

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