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«Ecco perché resto in Giappone»

un commento

Enrico Pelillo

Storieabruzzesi.it ha contattato via Facebook Enrico Pelillo, ingegnere teramano da dieci anni in Giappone, chiedendogli di raccontare la sua personale esperienza del devastante terremoto che ha colpito il Paese. Pelillo ha accettato di rispondere alle nostre domande. Il risultato è questa intervista che vi proponiamo integralmente.

Enrico, dov’eri quando è arrivata la scossa più forte?

«Ero a casa, lavorando al pc su alcuni documenti. Per intenderci, a Kobe, dove vivo, che è a circa 800 chilometri dall’epicentro, la scossa non si è nemmeno sentita. Però il sistema di allerta giapponese, tra i più efficienti al mondo, ha trasmesso la notizia del terremoto su tutti i canali tv e radio immediatamente (roba di secondi). Letta l’entità della scossa, ho capito immediatamente che si trattava di qualcosa di importante, non le solite ‘scossette’ cui ci si abitua da queste parti».

– Che cosa hai pensato in quel momento e cosa hai fatto?

«Ho cercato informazioni sui vari media, per capire meglio. In Giappone anche gli stranieri imparano a non spaventarsi per i terremoti. Quando ho inteso che era coinvolto un forte tsunami mi sono preoccupato. Pian piano sono arrivate immagini di grandiosa distruzione che mi hanno toccato. Dopo poco sono arrivate le telefonate dall’Italia per constatare stessimo bene».

– Come ti sei accorto che la situazione era disastrosa, vedendo le immagini in tv o guardandoti attorno?

«Entro un’ora dall’accaduto, tv e web erano già dedicate all’evento. Anche se terremoto e tsunami erano accaduti così lontano, il senso di devastazione straordinaria era già entrato in casa».

– I giapponesi stanno reagendo con una compostezza e una dignità incredibili a ciò che gli sta capitando. E’ una questione di cultura o cosa?

«Prima di tutto, i Giapponesi da piccoli apprendono l’idea della Natura come divinità dai poteri infiniti da temere e rispettare. Nelle loro parole e azioni si intuisce un senso di fatalistica accettazione di fronte a questi eventi naturali. Seconda cosa, tralasciando i tremori quotidiani, i Giapponesi del dopoguerra sono tutti cresciuti con l’aspettativa di un mega-terremoto che sarebbe potuto arrivare nell’area di Tokyo in qualsiasi momento, e che già tardava da una ventina d’anni. Lo scorso weekend, in molti hanno creduto che quel famoso giorno era arrivato. Inoltre, i Giapponesi sono pazienti lavoratori e mettono le necessità della comunità di fronte a quelle proprie. Si fidano delle istituzioni e sanno che ciò che viene disposto è certamente il meglio per la maggioranza della popolazione. In generale, nessuno ha alcun timore di sciacallaggio, azioni subdole, ecc. Col rispetto e la laboriosità tipica, tutti si danno da fare insieme alla ricostruzione di ciò che si è perso».

– Pur non essendo stato colpito direttamente dal terremoto o dallo tsunami, starai sicuramente vivendo dei problemi indirettamente. Quali?

«Alcuni beni cominciano a scarseggiare anche quaggiù (batterie, acqua in bottiglia eccetera) perché grossi stoccaggi vengono confluiti nelle zone più colpite. Comunque, il cambiamento maggiore è nell’atmosfera che si percepisce. Tutti comprendono che il danno economico e forse anche politico che avrà questo disastro sulla Nazione sarà enorme e durerà a lungo. Non ci voleva, soprattutto in un periodo che era già uno dei più bui dal dopoguerra».

– Hai deciso di restare in Giappone. Perchè?

«Perché ricopro un ruolo manageriale in un’azienda che deve andare avanti nonostante tutto e che avrà un ruolo importante nel supportare i Giapponesi in questo momento difficile».

– Tu sei un ingegnere. Che cosa pensi della questione della sicurezza? Il Giappone è noto per la sua maniacale cura nella costruzione di edifici antisismici, ma non aveva previsto i danni dello tsunami e i rischi del nucleare.

«I Giapponesi sono all’avanguardia mondiale nell’ingegneria antisismica. I nostri migliori ingegneri studiano da sempre le soluzioni inventate dai giapponesi. Infatti, i palazzoni di Tokyo sono restati intatti durante le enormi scosse degli ultimi giorni. C’e’ molto da imparare. Il problema della sicurezza del nucleare è una questione diversa. A prescindere che il nucleare possa essere considerata una scelta azzeccata o meno – per il Giappone lo è stata gioco forza vista la posizione isolata e le necessità economiche del dopoguerra – questo richiede le migliori strategie di sicurezza. Da quel che ho letto, gli impianti giapponesi in questione hanno reagito bene al terremoto, nonostante fosse il più forte mai registrato. Però è ora chiaro che l’eventualità di un enorme tsunami che devastasse in punti molteplici i sistemi collaterali dei reattori, effettivamente non era stata prevista. Si imparerà molto da questa situazione, sperando, che non aggravi il bilancio già impronunciabile di questa tragedia».

– Cosa deve insegnare all’Italia il dramma del Giappone?

«Che la natura è imprevedibile e si deve far di tutto per prepararsi. Che di fronte all’inevitabile c’e’ modo di restare lucidi e compatti, e lavorando insieme e rispettandoci l’un l’altro ci si organizza e si riparte meglio».

Nicola Catenaro

di Nicola Catenaro

mercoledì 16 marzo 2011 alle 15:33

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Un commento per '«Ecco perché resto in Giappone»'

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  1. Ing. sei un esempio per tutti noi!!!! la frase conclusiva riveste una parte importantissima di quanto riferito. Buon lavoro e tanti auguri.

    Daniel Iezzi

    31 Mar 2011 alle 07:49

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