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Nonna Clementina, il volontariato visto a 109 anni

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Clementina sfoglia "Cuore volontario"

Nonna Clementina, abruzzese di Montorio al Vomano, testimonial d’eccezione con i suoi 109 anni (è tra i 66 italiani più longevi d’Italia), racconta nel corso di un’intervista il volontariato, ovvero la galassia della solidarietà e della fraternità. Il fiore all’occhiello dell’aiuto a chi ha bisogno, in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. Ma che non c’era ai suoi tempi.

Com’era il volontariato, nonna Clementina, ai tuoi tempi?
“Il volontariato non si usava prima. Io non l’ho fatto mai. Eravamo egoisti chissà. O forse ne avevamo bisogno noi. Oggi è più bella la vita per tutto; ora si vive da signori, mentre a quell’epoca no. Noi non sentivamo la mancanza di tante cose, non conoscevamo le comodità di oggi”.

Ma com’era la vita?
“Oggi la vita è più bella, per l’amor del cielo. La gente è più bella, prima eravamo tutti piccoli, mentre oggi tutti sono alti. Ma anche dentro la gente è più bella oggi, perché fare del bene è una bella cosa. Aiutare è bello. Io ho avuto tre figli nati sani, ma poi colpiti da una malattia che non si capiva cos’era. Sono stati visitati da tanti professoroni, ma nessuno riusciva a capire di cosa si trattava. Qualcuno parlava di paralisi infantile, ma si trattava della distrofia muscolare. Non riuscivano a trovare un rimedio per farli guarire, mentre oggi se ne fanno di ricerche. Certo, ancora non si è arrivati alla cura definitiva, ma la strada è quella. Sotto ogni aspetto è meglio vivere oggi. Ad esempio io avevo bisogno di una carrozzina per il più piccolo dei tre, ecco fui costretta a comprarla e a quei tempi me la feci inviare da Milano. La pagai 70 mila lire, oggi tramite la Asl o attraverso le associazioni di volontariato non servirebbe acquistarla”.

Come vedi il volontariato di oggi?
“Oggi ad esempio l’esercito italiano va ad aiutare queste popolazioni in Afghanistan o in altri posti, mentre questo prima non accadeva. Neppure dopo la guerra esisteva il volontariato. Mi consigliarono di operare il più grande dei miei tre figli, Gaetano, a Bologna; a quei tempi fu operato da un “professorone” (il dottor Scaglietti, ndr). E tutti i mesi dovevo portare Gaetano in ospedale a Bologna a cambiare l’ingessatura. Quando arrivavo lì alla stazione non mi aiutava nessuno a scendere dal treno. La gente era indifferente, tutti correvano. Io prendevo tra le braccia questo ragazzo e lo facevo scendere a fatica. Non si concepiva il volontariato. Non c’era attenzione alle esigenze degli altri. Potrei raccontarti altri aneddoti. Quando mi è morto il terzo figlio, Luciano, sono corsa in chiesa a chiamare il prete per l’estrema unzione. Lì c’erano delle donne che stavano a confessarsi. Ecco loro si lamentavano che io avevo disturbato il sacerdote (pausa di silenzio). Nonostante i miei tre figli siano morti a distanza di pochi anni, tutti giovanissimi,  non mi sono mai lamentata. Ho solo un rammarico, quello di non aver capito il grande dono che Dio mi aveva dato: tre gioielli”.

Nonna Clementina, quale mondo preferisci?
“Non rimpiango assolutamente il mondo di ieri. E’ più bello il mondo di oggi per l’amor di Dio”.

Catia Di Luigi

(da “Cuore volontario”, rivista trimestrale del CSV di Teramo, dicembre 2010)

di Catia Di Luigi

domenica 30 gennaio 2011 alle 12:21

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